RECENSIONE FILM a cura di Cinematografo.it

<i>Arrietty</i>

05 novembre 2010

Arrietty

Bellissimo apologo sulla paura e il desiderio dell'altro, e dichiarazione d'amore al cinema. Dallo studio Ghibli (a Focus) un gioiellino

Il paradosso di Arrietty è il punto di vista: Yonebayashi ci presta un paio di occhi microscopici al cospetto dei quali il nostro mondo appare smisurato, minaccioso, mostruoso. Arrietty è una minuscola ragazza di 14 anni (è alta 10 cm) che abita in una minuscola casa con due genitori minuscoli. Sono tali e quali a noi, per fattezze e abitudini (la più tradizionale delle quali è ovviamente quella del the), ma infinitamente più piccoli. Si chiamano "rubacchiotti" e vivono di quello che "prendono in prestito" dalla cucina degli esseri umani. Questi enormi sconosciuti fanno paura ai genitori di Arrietty, reguardita fino alla noia sull'opportunità di starne lontana, di non "farsi vedere". Non hanno torto. La loro specie non se la passa bene, decimata da centimetri di oppressione. Ma ad Arrietty non importa: è l'età della curiosità e della scoperta, quella che a casa non ci puoi stare. E di fatti si fa beccare. Fortuna sua che il mostro è quello buono: Sho, un ragazzo di 12 anni, malato - di lì a una settimana dovrà sottoporsi a una delicata operazione al cuore - e solo. Il loro incontro insegnerà ad entrambi a non avere più paura.Bella scoperta dell'Occhio sul Mondo romano, quest'ennesimo gioiellino dello Studio Ghibli nasce da una sceneggiatura scritta 40 anni fa da Miyazaki e Isao Takahata, tratta dai racconti di Mary Norton (The Borrowers) e diretta dall'esordiente Hiromasa Yonebayashi. Tenero e struggente apologo sulla definizione dell'altro - inteso soprattutto come ignoto delle nostre ansie profonde - Arrietty è un viaggio di scoperta condotto sul filo della leggerezza, dalla ricchezza visionaria (affascinante il modo in cui risolve la perfetta specularità tra i due mondi), e profondamente emozionale, in equilibrio tra paura e desiderio, timore e stupore: in gioco non solo l'amicizia e la maturazione di due adolescenti appartenenti a mondi che non si "guardano", ma lo sguardo di ciascun spettatore, chiamato a vedere quell'altro che è in fondo solo se stesso. Un confronto che nell'utopia miyazakiana - evidente il suo tocco - non può che risolversi in un modo solo: nell'assimilazione dell'alterità -  anche spazialmente: la casa degli esseri umani e quella dei rubacchiotti non sono l'una sopra l'altra, ma l'una dentro l'altra - in una logica di scambio (la traduzione "rubacchiotti" tradisce il senso del "Borrowers" inglese, che è un prendere in prestito, non un rubare) che è l'unica maniera di spezzare il circolo vizioso di chiusure e conflittualità.Logica che diventa prettamente ontologica per l'animazione, tra i generi quella maggiormente vocata a reimpostare visivo e visuale del mondo. Perché in fondo conoscersi, comprendersi e sostenersi è solo questione di prospettive. Forza dell'amore, magie del cinema.

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