I demoni di San Pietroburgo2007

SCHEDA FILM

I demoni di San Pietroburgo

Anno: 2007 Durata: 118 Origine: ITALIA Colore: C

Genere:DRAMMATICO, STORICO

Regia:Giuliano Montaldo

Specifiche tecniche:35 MM

Tratto da:un'idea originale di Andrei Konchalovsky

Produzione:ELDA FERRI PER JEAN VIGO ITALIA, IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA

Distribuzione:01 DISTRIBUTION (2008)

ATTORI

Miki Manojlovic nel ruolo di Dostojevskij
Carolina Crescentini nel ruolo di Anna
Roberto Herlitzka nel ruolo di Pavlovic
Anita Caprioli nel ruolo di Aleksandra
Filippo Timi nel ruolo di Gusiev
Pamela Villoresi nel ruolo di Natalja Ivanovna
Patrizia Sacchi nel ruolo di Advotja
Sandra Ceccarelli nel ruolo di Natalia Ivanovna
Giovanni Martorana nel ruolo di Trifonov
Giordano De Plano nel ruolo di Dostojevskij da giovane
Emilio De Marchi nel ruolo di Gazin
Enzo Saturni nel ruolo di Giovane Dottore
Carlo Colombo nel ruolo di Stellowsky
Cristina Aceto nel ruolo di Ragazzina nuda
Danny Berger nel ruolo di II° giudice militare
Federico Zaimbra nel ruolo di Venditore ambulante
Francesco Marino nel ruolo di Segretario di Pavlovic
Giancarlo Judica Cordiglia nel ruolo di Durov
Marco Gandini nel ruolo di sarto
Stefano Saccotelli nel ruolo di Servitore di Stellowsky
Steve Della Casa nel ruolo di V° giudice militare
 
 

SCENOGRAFIA

Frigeri, Francesco
 

TRAMA

1860. La città di Pietroburgo viene sconvolta da un attentato in cui muore un componente della famiglia imperiale. Pochi giorni dopo lo scrittore Fedor Dostoevskij conosce casualmente Gusiev, un giovane ricoverato in un ospedale psichiatrico che, in evidente stato confusionale, gli rivela di far parte di un gruppo terroristico che sta organizzando un piano per eliminare un altro componente della famiglia imperiale. A sua volta, anche lo scrittore attraversa un periodo terribile, è inseguito dai creditori, pressato dal suo editore per la consegna di un nuovo libro, ed è anche preda di attacchi di epilessia. Quando si ritrova tra le mani delle informazioni sul capo dei terroristi, Aleksandra, capisce che deve fare di tutto per trovarla e, mentre di giorno detta alla giovane Anna il suo nuovo libro, "Il giocatore", di notte cerca senza sosta Aleksandra per convincerla a fermarsi prima che sia troppo tardi. Ma, senza accorgersene, il suo libro acquista toni rivoluzionari...

CRITICA

"Siamo nella Russia del 1860, ma il nostro convulso presente pulsa in ogni fotogramma dei 'Demoni di San Pietroburgo', il progetto che Montaldo covava dagli anni 70 (anni di estremismo e poi di terrorismo, naturalmente). Fossimo a teatro i personaggi magari vestirebbero panni moderni, per chiarire la valenza metaforica e profetica della Russia del 1860. Le convenzioni del film in costume esigono il contrario: massimo scrupolo esteriore (anche se tutto, miracoli del cinema, è stato girato fra la Russia e il Piemonte), e insieme completa aderenza alle lacerazioni del nostro presente. Così Dostoevskij diventa il padre di tutti i cattivi maestri a venire, con un'aggravante che rende la sua figura ancora più tragica: il dubbio. (...) Il taglio illustrativo del film, con i suoi dialoghi ben calibrati e alcune evitabili scene madri (l'aquila ferita, il prigioniero salvato dai ghiacci) resta forse più adatto alla tv che al cinema." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 25 aprile 2008) "Rappresentare Dostoevskij in un dramma dostoevskiano, opponendo l'ex deportato in Siberia, tornato al Baltico e all'ordine, all'anarchismo bombarolo del 1860. Vasto programma quello dei 'Demoni di San Pietroburgo', dove Giuliano Montaldo s'ispira a un'idea di Konchalovskij. In gioventù comunista, poi solidale con 'Sacco e Vanzetti' nel suo film, ora Montaldo ha a sua volta un ritorno all'ordine: s'immedesima col Dostoevskij ormai reazionario e antiebraico, come dicono i Diari. Sceglie bene l'interprete nel serbo Miki Manoilovic, ma lo circonda d'italiani alla moda: la Crescentini, la Ceccarelli, Timi. Ne deriva un film di senescenza con attori da adolescenza: se ne apprezza il coraggio, anche se è sprecato." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 25 aprile 2008) "'I demoni di San Pietroburgo' amalgama con pregevole equilibrio e sufficiente fluidità storia e romanzo, ma finisce con il nuocergli il tradizionale impianto illustrativo, inadeguato a restituire l'ambiziosa filigrana metaforica del racconto in cui s'evidenziano i ricordi dello scrittore e il processo che da rivoltoso aristocratico (o radical chic) lo ha trasformato in equanime indagatore delle debolezze dell'animo umano. Se, per esempio, è limpido e convincente lo slancio non solo moralistico, ma soprattutto razionale col quale si condannano gli astratti deliri ideologici e i brutali ricorsi alla violenza dei giovani rivoluzionari, non altrettanto riuscita appare l'immersione nel vortice delle contraddizioni dostoevskiane, spietatamente incalzate dall'indigenza e dall'epilessia, dall'assedio dei creditori e dall'urgenza di pubblicare quel meraviglioso racconto che si chiama «Il giocatore». Bisogna, per la verità, aggiungere che Miki Manojlovic è un attore di carisma e non ha colpa della verbosità teatrale che affligge il suo ritratto; come del resto non possono lamentarsi della sapiente direzione di Montaldo l'emergente Timi e il fuoriclasse Herlitzka (il poliziotto Pavlovic). Manca forse uno scatto visionario che, nel corso dei cinque giorni in cui si sviluppa il dramma, trascenda la pure assai accurata ricostruzione di arredi e costumi d'epoca." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 26 aprile 2008) "Mescolando la cronologia con una certa libertà e concentrando nei giorni in cui Dostoevskij scrisse 'Il giocatore' anche una serie di attentati contro i membri della famiglia zarista, il film di Montaldo 'I demoni di San Pietroburgo' rivela da subito le propri ambizioni: usare la Storia, anzi le storie - quella politica e quella letteraria, soprattutto - per riflettere sul ruolo dei 'maestri' e sulla influenza che le idee hanno nel formare la gioventù. (...) Montaldo affronta questa materia senza sottolinearne troppo il possibile lato ideologico e soprattutto senza arrivare a stabilire un vincitore certo tra le idee "revisioniste" dello scrittore e quelle "rivoluzionarie" dei giovani, ma non sceglie nemmeno di scavare più a fondo nella psicologia di Dostoevskij e negli abissi di quell' anima umana che i suoi romanzi avrebbero saputo scandagliare in maniera così magistrale. Sceglie piuttosto una narrazione più tradizionale, antica verrebbe quasi da dire, che si ricollega direttamente allo stile delle sue regie anni Settanta e Ottanta e che sarebbe ingeneroso definire tout court televisiva (basterebbe il ricercato lavoro sull'illuminazione e la fotografia di Arnaldo Catinari per capire quanto poco il film sia debitore dell'estetica senza profondità in stile fiction), ma che non cancella l'impressione di un cinema fin troppo pedagogico, fin troppo equilibrato, più attento alle suggestioni del romanzesco che a quelle del visivo. Una regia che sceglie di non confrontarsi con le scommesse estetiche del cinema contemporaneo e che rivendica con orgoglio il diritto a uno stile classico, un po' intemporale, signorilmente pittorico. Ma che rischia di stemperare troppo la tensione che pure il tema vuole affrontare." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 25 aprile 2008)

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