Dunkirk2017

SCHEDA FILM

Dunkirk

Anno: 2017 Durata: 106 Origine: FRANCIA Colore: C

Genere:AZIONE, DRAMMATICO, STORICO

Regia:Christopher Nolan

Specifiche tecniche:PANAVISION 65 HR CAMERA/PANAVISION PANAFLEX SYSTEM 65 STUDIO, 65 MM, IMAX/PANAVISION SUPER 70, 35 MM/70 MM/D-CINEMA (1:2.20/1:2

Tratto da:-

Produzione:EMMA THOMAS, CHRISTOPHER NOLAN PER SYNCOPY

Distribuzione:WARNER BROS. PICTURES ITALIA

ATTORI

Fionn Whitehead nel ruolo di Tommy
Tom Glynn-Carney nel ruolo di Peter
Jack Lowden nel ruolo di Collins
Harry Styles nel ruolo di Alex
Aneurin Barnard nel ruolo di Gibson
James D'Arcy nel ruolo di Colonnello Winnant
Barry Keoghan nel ruolo di George
Kenneth Branagh nel ruolo di Comandante Bolton
Cillian Murphy nel ruolo di Soldato sotto shock
Mark Rylance nel ruolo di Sig. Dawson
Tom Hardy nel ruolo di Farrier
 

SCENEGGIATORE

Nolan, Christopher
 

MUSICHE

Zimmer, Hans
 

MONTAGGIO

Smith, Lee
 

SCENOGRAFIA

Crowley, Nathan
 

COSTUMISTA

Kurland, Jeffrey

TRAMA

Seconda Guerra Mondiale. Centinaia di migliaia di truppe britanniche e alleate sono circondate dalle forze nemiche. Intrappolati sulla spiaggia, con le spalle al mare, i soldati si trovano ad affrontare una situazione impossibile con l'avvicinarsi del nemico. La storia si sviluppa tra terra, mare ed aria. Gli Spitfire della RAF si sfidano col nemico in cielo aperto sopra la Manica in difesa degli uomini intrappolati a terra. Nel frattempo, centinaia di piccole imbarcazioni capitanate da militari e civili tentano un disperato salvataggio, mettendo a rischio le proprie vite in una corsa contro il tempo per salvare anche solo una piccola parte del proprio esercito.

CRITICA

"Piaccia o no, il war movie ha ispirato i maggiori registi (Kubrick, Malick, Coppola, Eastwood, Tarantino...) , generando un numero di capolavori che pochi altri generi possono vantare. Difficile che non ne fosse tentato Christopher Nolan, cineasta prodigio di film a larga scala, punto di congiunzione tra il kolossal della Hollywood classica e il moderno blockbuster. (...) Nolan si distingue da tutti i suoi predecessori. Se ogni grande film di guerra contiene un punto di vista sulla storia (magari pacifista, come 'La sottile linea rossa'), lui decide invece di proiettare, fin dal primo minuto, lo spettatore nel caos della guerra: un'esperienza immersiva e totalizzante, un panico controllato coincidente con quello dei soldati in rotta, tra bombardamenti, naufragi, colpi di mitraglia e quant'altro. Un po' come nella lunga sequenza d'apertura di 'Salvate il soldato Ryan' di Spielberg, ma protratta per tutto il film. A determinare questo risultato è decisivo il ruolo della struttura narrativa, che ripartisce l'azione in tre scenari limitrofi con tre temporalità diverse: la terra (una settimana), il mare (un giorno), il cielo (un'ora). Nolan decostruisce la trama alternando frammenti delle tre linee narrative in un montaggio complesso (viste anche le diverse durate degli episodi ), ma straordinariamente padroneggiato. Non solo gli spazi dell'azione sono sempre leggibili (per sincerarsene basta la sequenza d'apertura: il soldatino fugge da solo, traversa un avamposto di fanti belgi; poi l'inquadratura si allarga alla spiaggia, dove migliaia di soldati come lui attendono d' imbarcarsi ); la cosa più straordinaria è che non perdiamo mai il filo dell'azione, né ci confondiamo sull'identità dei personaggi. È fuor di dubbio che Nolan scelga un approccio intellettuale alla materia, in cui alcuni hanno creduto di ravvisare un eccesso di distacco e una mancanza di sensibilità per la tragedia rappresentata. Sensazione che i fatti smentiscono facilmente. L'approccio, più sensoriale che razionale, alla materia, acquista concretezza drammatica nei gesti e negli sguardi degli attori, scelti alla perfezione: le movenze adolescenziali di Fionn Whitehead ( Tommy ), l'espressione stoica di Mark Rylance (Mr. Dawson ), gli occhi del pilota Tom Hardy: il volto coperto dalla maschera a ossigeno, recita solo con quelli." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 31 agosto 2017) "Non c'è gloria, non c'è vittoria (Dunkirk fu comunque una sconfitta). Ma ti identifichi da matti coi soldatini che aspettano di essere schiacciati come formiche. Ti identifichi col comandante che quasi vede Dover in lontananza ed è attanagliato dalla paura di non arrivarci mai. E naturalmente col pescatore che non lo calcoli niente nella prima scena, ma poi diviene il simbolo di quell'Inghilterra che non si sarebbe mai arresa. Come ci arriva Nolan a immergere tutti nell'azione? Colla tecnica, vecchia come il cinema, dell'arrivano i nostri. Gli Stukas mitragliano le navi? E arrivano gli Spitfire a mettere loro il sale sulla coda. I naufraghi annaspano nelle acque? Niente paura, sta sopraggiungendo la magica flottiglia dei pescherecci. Un film come quelli di una volta, hanno scritto. Giusto. E' tempo di ritornare a farli." (Giorgio Carbone, 'Libero', 31 agosto 2017) "Christopher Nolan ha definito Dunkirk il suo film più sperimentale dai tempi di 'Memento'. In effetti, a partire dalla suddivisione per elementi - terra, aria, mare - dall'assenza quasi totale di dialoghi, dalla qualità anche fisicamente immersiva della texture e dell'uso delle immagini, il nono lungometraggio del regista inglese respira di un sollievo che sa di ritorno alle radici. (...) Da sempre affascinato dall'arbitrarietà e dalla non linearità della percezione temporale (ancora 'Memento', 'Inception', ma anche il suo primo, 'Following', e il sottovalutato 'Insomnia'), ai tre elementi del film, Nolan associa tre cronologie indipendenti tra loro (9 giorni, 1 giorno, 1 ora), che a malapena si sfiorano, ma che lui monta come fatti in simultanea, e in cui riassume l'epica ritirata di circa 400 mila truppe inglesi, francesi, belga e canadesi, incalzate da quelle di Hitler sulla spiaggia di Dunkirk ne11940. (...) Rinunciando per una volta a lunghe spiegazioni a voce di quello che succede, Nolan incolla visceralmente il film alla fragilità dell'esperienza dei singoli personaggi, agli obbiettivi apparentemente poco grandiosi che ognuno di loro si pone -non morire, usare al meglio l'ultima goccia di carburante che c'è nel serbatoio, caricare a bordo uno scioccato, ufficiale naufrago (Gillian Murphy). Persino le temibili musiche di Hans Zimmer evitano il trionfalismo più smaccato nel totale in cui la flottiglia civile appare ai soldati sull'orlo del mare. Sono la qualità astratta, il minimalismo, il non detto che rimangono del film. Non la sua scala." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 30 agosto 2017) "Nessun regista riesce a giocare con il tempo e lo spazio con la visionaria disinvoltura di Christopher Nolan, manipolandoli al punto da far convivere in uno stesso racconto linee temporali e piani narrativi diversi. Lo aveva fatto con 'Memento', rimescolando la labile memoria del protagonista, quindi con 'Inception', catapultando i personaggi in un mondo in cui sogno e realtà si fondevano creando una dimensione sconosciuta, e poi con' Interstellar', dove l'eroe si lanciava con la sua navetta in un buco nero alla ricerca di quella crepa spaziotemporale attraverso la quale salvare la Terra dall'autodistruzione. I risultati erano stati decisamente affascinanti - l'irreale rende possibili artifici narrativi anche estremi - ma non sempre convincenti, forse perché troppo ambiziosi. Tuttavia con (...) 'Dunkirk', Nolan ha accettato la sfida di cimentarsi per la prima con una storia vera, accaduta nel corso della seconda guerra mondiale. E ha affrontato la prova senza rinnegare il suo cinema, fatto di chiavi di lettura e punti di vista inusuali. Del resto non ci si poteva attendere altro dal regista che è riuscito anche nell'impresa di ridare vita all'asfittico mondo fantastico di Batman con l'originale trilogia de 'Il Cavaliere oscuro'.(...) Nolan costruisce il film assemblando le scene come fossero il meccanismo di un orologio; lo stesso il cui costante ticchettio scandisce il tempo che trascorre inesorabile per i soldati impauriti in attesa della salvezza. Un meccanismo narrativo che per funzionare deve essere perfetto, o quasi. Cosa non facile, visto che il regista sceglie di ricostruire la storia sovrapponendo appunto luoghi e tempi diversi (...). Ma il gioco riesce. Grazie anche alla scelta di raccontare questi eventi attraverso lo sguardo di un pugno di personaggi (...). Tutti eroi, ciascuno a modo suo. Campioni di sopravvivenza, ma anche di coraggioso altruismo. Le loro piccole storie personali s'intrecciano con la dimensione epica del momento. Come in tutti i film di Nolan, allo spettatore viene chiesto uno sforzo di attenzione, anche se stavolta la costruzione narrativa, fatta di continui rimandi e incastri temporali, appare meno complessa che in altre sue pellicole. E come i personaggi, anch'egli viene catapultato in un mondo claustrofobico, in balia di un nemico spersonalizzato, che quasi mai si vede ma che incombe minaccioso. Il regista non ha bisogno di ricorrere a fiumi di sangue per afferrare alla gola chi guarda: gli basta inchiodarlo per 106 minuti su quel molo stretto e soffocante, su quella spiaggia indifesa, così come tra le opprimenti paratie di ferro di una nave che affonda o nell'angusto abitacolo di uno Spitfire. Insomma, al regista non servono il realismo esasperato e ricco di effetti speciali de 'Salvate il soldato Ryan' di Spielberg o de 'La battaglia di Hacksaw Ridge' di Gibson. Preferisce servirsi di una sorta di realtà aumentata, che fa leva sulla sensorialità, attraverso l'uso della tecnologia Imax con pellicola da 65mm, un montaggio a incastri, a una fotografia rigorosa e a una colonna sonora martellante, composta da Hans Zimmer, che assolve un compito narrativo rilevante e a tratti persino soverchiante. Dunkirk è un grandioso film di guerra, l'opera migliore di Nolan. In molti hanno parlato di capolavoro. Sicuramente lascerà un segno nella storia del cinema di genere." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 29 agosto 2017) "Nolan è strepitoso nell'incatenare gli spettatori, su quella riva, insieme al suoi eroi «perdenti», a legarli emotivamente a loro, in un viaggio dei sensi emotivamente toccante." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 29 agosto 2017) "E' il racconto di una storica ritirata, più che un film di guerra, ma non per questo meno epico e appassionante. Un omaggio al coraggio, alla perseveranza e all'altruismo degli inglesi protagonisti di un drammatico evento destinato a cambiare il corso della storia. (...) Nolan torna a manipolare tempo e spazio, (...) e con maestria costruisce il film intorno a una struttura prismatica che non solo restituisce prospettive multiple, quelle delle diverse persone che hanno vissuto quei drammatici giorni, ma intreccia tre punti di vista e tre livelli temporali diversi, tra terra mare e cielo. (...) L'abilità del regista, che al pubblico chiede grande attenzione, sta allora nel far convivere una settimana sulla terraferma, un giorno in mare e un'ora in aria raccontando il viaggio di pochi personaggi (...), sempre in equilibrio tra accuratezza storica e intrattenimento, storia individuale e dimensione universale, linee orizzontali e verticali. (...) Il film non seppellisce le emozioni sotto l'artificio del virtuosismo registico e il minimalismo dei dialoghi, anzi, le esalta attraverso la fotografia di Hoyte van Hoytemale e le vertiginose riprese in Imax alternate a quelle con pellicola 65 mm, per allargare il formato panoramico e restituire tutta la portata epica e colossale del 'miracolo di Dunkerque'. Il caos assordante della guerra emerge in tutta la sua devastante e convulsa potenza, la cronologia degli eventi viene più volte spezzata per consentire il raccordo tra diverse traiettorie e misure di tempo, ma il ritmo dato dal montaggio alternato resta teso e incalzante come quello di un thriller. (...) Ad aggiungere suspance all'azione contribuisce la straordinaria e complessa colonna sonora di Hans Zimmer che mescola musica, suoni e rumori contribuendo a sottolineare la sensazione di tensione, pericolo, urgenza e corsa contro il tempo." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 22 agosto 2017) "La guerra non è mai stata raccontata in modo cosi contraddittorio al cinema come in 'Dunkirk' di Christopher Nolan (...). L'idea di Nolan, come spesso capita al regista autore della trilogia di Batman più redditizia della storia del cinema e dell'affascinante fantascienza di qualità sulla fisica quantistica 'Interstellar', è sulla carta geniale: raccontare la realistica divisione classista, esistenziale e marziale dell'evento Dunkirk dentro la fittizia unità di luogo, d'azione e tempo (tre dimensioni cronologiche tra loro opposte) del celebre fatto storico cui mai nessuno ha dedicato un kolossal cinematografico (...). Come sempre per quanto riguarda Nolan emerge una contraddizione lancinante tra visione estremamente pessimista e cupa circa l'umanità e l'obiettivo poi opposto di fare un film patriottico a lieto fine per incassare e non demoralizzare troppo il pubblico grazie a un finale affidato alle parole di un Churchill fino a quel momento assente dal film. In poche parole: Nolan è da sempre convincente nel rappresentare i problemi ma sempre molto meno efficace quando poi deve fornirci delle soluzioni cui sembra non creda mai egli stesso in primis, come cineasta e uomo. Non ha il cuore, e il sincero patriottismo umanista, di quello Spielberg di 'Salvate il soldato Ryan' (1998) né l'onestà intellettuale di andare fino in fondo al cuore di tenebra della guerra di un Kubrick di 'Orizzonti di gloria' (1957) o 'Full Metal Jacket' (1987). Cast moscio (insignificante la popstar Styles degli One Direction), sceneggiatura puramente meccanica (manca il fratello scrittore Jonathan) e immagini sempre, e solo, formalmente impeccabili. Chi non ama l'onnipresenza musicale si prepari al peggio: il fidato Hans Zimmer ci bombarda lungo tutti i 107 minuti di film con enfasi quasi volgare. Sostanzialmente si tratta di una discreta pellicola di propaganda sullo stoicismo inglese. Ma siamo molto lontani dal capolavoro di guerra di cui alcuni parlano. Per quello serve o il cuore di Spielberg o il cervello di Kubrick. Nolan è fermo a metà strada tra i due. Da anni." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 22 agosto 2017) "Nolan ne dà risoluta contezza alternando e incrociando, interlacciando e sovrapponendo tre storie, tre setting e altrettanti lassi temporali: il molo, per una settimana; il mare, per un giorno; il cielo, per un'ora. Badate, lo fa manipolandoli e spacciandoli per lassi equivalenti, tempi analoghi. È un escamotage che in 'Memento' aveva già portato alle estreme conseguenze: volendo banalizzare, e perfino pervertire, il teorico Gilles Deleuze, Nolan ha fatto dell'immagine-tempo l'immagine-movimento del suo cinema. L'approdo è di una qualche importanza, e fa il paio con un'altra singolar tenzone del suo audiovisivo: l'elevazione alla massima potenza sia dell'audio che del video, degna dell'artigiano peritissimo, del filosofo empiricissimo che è. Se l'esegesi corrente di 'Dunkirk' esalta con attitudine quasi pornografica il formato 65mm e Imax - sono peculiarità esperibili solo nei Paesi civilizzati, noi ne siamo esclusi - la 'grandeur' è invero quella sonora il preclaro Hans Zimmer trova il vertice della carriera, facendo di suoni e rumori un personaggio principale, il termometro emozionale stesso. Prima del piano e degli archi che verranno, la partitura è clangore bellico, apocalisse umana, disastro ineluttabile: colonna immanente, pesante, 'no future'. L'occhio allarga, l'orecchio abbassa sono due destini che si uniscono, l'ampiezza del panorama e la gravità della situazione. Un maglio che ci percuote senza misericordia. Qui - sebbene non inedito: ricordate 'Espiazione' di Joe Wright? - Nolan è geniale, perché alloca al nostro qui e ora, alla nostra pura e mera sensorialità l'immersione e la comprensione del film. Non ci sono nemici - svastiche non se ne vedono, nazisti non si dicono - e non ci sono troppe spiegazioni, perché l'importante è essere, noi spettatori, lì dentro oggi come allora. 'Lettere da Iwo Jima' di Eastwood faceva storie di Storia, 'Salvate il soldato Ryan' di Spielberg pathos di Storia, qui la Storia si fa sensazione: attuale, e perfino anti-storica. Non c'è da stupirsi, è la 'ratio' stessa del suo cinema stavolta sceneggiatore solista, senza l'abituale fratello Jonathan, Nolan ribadisce tutta la sua debolezza narrativa. Quando scrive, il rischio di cadere nella didascalia ridondante e sciocca è sensibile. Forte dell'accuratezza scenografica e rumoristica della ricostruzione, la visione ha sempre la meglio sul racconto: in un'epoca di pervasivo e 'minchionissimo' storytelling, non è detto sia un demerito. (...) È (...)nei cieli, che calmierando il videogame e pure l'epos Nolan trova il suo cinema in purezza. Al molo si sopravvive sotto lo sguardo - l'unica star intesa da Nolan - del comandante Kenneth Branagh, in mare si pende dalle labbra del saggio Mark Rylance, ma è sullo Spitfire di Tom Hardy che Dunkirk prende ossigeno e mozza il fiato. Per l'ennesima volta - dopo il Bane di 'Dark Knight Rises' (Il cavaliere oscuro - Il ritorno) e 'Mad Max: Fury Road' - con una maschera-respiratore a occultarne il viso, Hardy recita solo con gli occhi, e l'ausilio di poche battute peraltro difficilmente intellegibili, e regala una prova di superba economia, magnificente semplicità: viene, vede, vince. Si consegnerà infine alla terra, ma solo dopo averci (di)mostrato dove osano le aquile, e dove può volare il cinema di Nolan. S'intende, libero dall'obbligo di parola, narrazione e pathos. Esperienza, e solo quella, questo è 'Dunkirk'. Eppure, quando il celeberrimo discorso di Churchill del 4 giugno del 1940, 'We shall fight on the beaches', viene pianamente letto da un soldatino, anziché dallo statista retore, capiamo dell'altro: forse c'è (grande) futuro anche per il narratore mancato Nolan." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 21 agosto 2017)

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