La grande bellezza2013

SCHEDA FILM

La grande bellezza

Anno: 2013 Durata: 142 Origine: FRANCIA Colore: C

Genere:DRAMMATICO

Regia:Paolo Sorrentino

Specifiche tecniche:35 MM/DCP

Tratto da:-

Produzione:NICOLA GIULIANO, FRANCESCA CIMA PER INDIGO FILM IN COLLABORAZIONE CON MEDUSA FILM, IN COPRODUZIONE CON BABE FILMS, PATHÉ PICTURES, FRANCE 2 CINÉMA

Distribuzione:MEDUSA (2013); INDIGO FILM/MEDUSA FILM/NEXO DIGITAL/IN COLLABORAZIONE CON SKY CINEMA HD (2016) - DVD E BLU-RAY: WARNER HOME VIDEO

ATTORI

Toni Servillo nel ruolo di Jap Gambardella
Carlo Verdone nel ruolo di Romano
Sabrina Ferilli nel ruolo di Ramona
Carlo Buccirosso nel ruolo di Lello Cava
Iaia Forte nel ruolo di Trumeau
Pamela Villoresi nel ruolo di Viola
Galatea Ranzi nel ruolo di Stefania
Franco Graziosi nel ruolo di Conte Colonna
Leo Mantovani
Giorgio Pasotti nel ruolo di Stefano
Massimo Popolizio nel ruolo di Alfio Bracco
Sonia Gessner nel ruolo di Contessa Colonna
Anna Della Rosa nel ruolo di Ragazza esangue
Luca Marinelli nel ruolo di Andrea
Serena Grandi nel ruolo di Lorena
Stefano Fregni
Gianpiero Cognoli
Giusi Merli nel ruolo di Santa
Giovanna Vignola nel ruolo di Dadina
Antonello Venditti
Ivan Franek nel ruolo di Ron Sweet
Vernon Dobtcheff nel ruolo di Arturo
Dario Cantarelli nel ruolo di Assistente di Santa
Melania Fiore
Flaminia Bonciani
Lillo nel ruolo di Lillo De Gregorio Lillo Petrolo
Armando Ottaiano
Luciano Virgilio nel ruolo di Alfredo
Anita Kravos nel ruolo di Talia Concept
Piero Gimondo
Massimo De Francovich nel ruolo di Egidio
Roberto Herlitzka nel ruolo di Cardinale Bellucci
Isabella Ferrari nel ruolo di Orietta
Giorgia Ferrero nel ruolo di Ammiratrice di Jep
Manuela Gatti nel ruolo di (non accreditata)
Giulia Di Quilio
Giulio Brogi
 
 
 
 

SCENOGRAFIA

Cella, Stefania
 

COSTUMISTA

Ciancio, Daniela

TRAMA

Sullo sfondo di una Roma bella e indifferente sfilano dame dell'alta società, parvenu, politici, criminali d'alto bordo, giornalisti, attori, nobili decaduti, alti prelati, artisti e intellettuali veri o presunti intenti a tessere trame di rapporti inconsistenti, fagocitati in una babilonia disperata che si agita nei palazzi antichi, le ville sterminate, le terrazze più belle della città. Ad osservarli c'è Jep Gambardella, 65enne scrittore e giornalista, dolente e disincantato testimone di questa sfilata di un'umanità vacua e disfatta, potente e deprimente...

CRITICA

"Che sia difficile da afferrare - la bellezza ma anche la città - lo dirà verso la fine del film il protagonista, con una di quelle frasi che risuonano come eco di situazioni già viste e che il regista (autore anche della sceneggiatura con Umberto Contarello) usa con incontrollata frequenza, finendo per mortificare un po' quella magia visiva che a tratti sa regalare. Perché il nodo di un film ambizioso e misterioso insieme, a volte affascinante nella sua visionarietà, è proprio questo, di un dialogo fin troppo ricercato 'La grande bellezza' di Paolo Sorrentino con Toni ServilIo e Sabrina Ferilli nella sua letterarietà e che finisce per apparire ridondante e persino sentenzioso. Come se lo sceneggiatore non fosse al servizio del regista ma in gara con lui, alla ricerca di un attestato di bravura doppia (scritta e visiva) che però fatica ad arrivare. Lo sguardo che Sorrentino getta su Roma è quello di una specie di alter ego/avatar, Jep Gambardella, affidato alla bravura di Toni Servillo. (...) l'intervista (...) a una performer masochista è uno dei momenti più esilaranti del film, ma anche dei più velenosi se si pensa a quelle che spesso vengono fatte a registi e attori. Come se Sorrentino volesse togliersi elegantemente qualche sassolino dalle scarpe... (...) Inutile far finta che il modello di partenza non sia 'La dolce vita', a cui regala alcune citazioni e di cui riprende la struttura narrativa disarticolata, senza avere coordinate temporali. Ma il paragone con Fellini (che lo stesso regista giudica «improponibile» per «manifesta superiorità» dell'originale) finisce quasi subito di fronte a un diverso sguardo sulle cose, ieri cosciente di trovarsi a un momento di svolta, dove i valori del passato stavano crollando travolti dalla fine di tante illusioni, oggi invece meno lucido e severo rispetto a uno squallore che sembra senza responsabilità e senza colpe. (...) le serate sulle terrazze, sono l'occasione per tirar fuori un po' di «cattiveria» (...) ma spesso i riti di questa Roma «godona» (...) assomigliano a un facile tiro sulla Croce Rossa. Che prenda le forme di una seduta di autocoscienza di chirurgia estetica o dello stanco rituale mondano con performance inclusa. Altre volte il film si impenna in sorprendenti momenti di poesia (il silenzioso incontro notturno con Fanny Ardant) o in malinconici ritratti di persone destinate alla sconfitta, come la Ramona a cui Sabrina Ferilli sa trasmettere un'umanità non scontata. Ma che a volte finiscono per essere soffocati da quelle «ambizioni letterarie» di cui si diceva prima. (...) nonostante gli sforzi del Sorrentino regista (e degli attori [...]) il Sorrentino sceneggiatore dà l'impressione di voler percorrere una strada diversa, fatta di troppe citazioni letterarie (Céline, Flaubert due volte, Bellow, Dostoevskij [...]) e di facili giochini (Romona, Roman, Roma... Era proprio necessario?) alla fine dei quali ti sembra di ritrovarti al punto di partenza, senza aver capito molto della bellezza (e della bruttezza) di Roma." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 21 maggio 2013) "Ecco la Roma del benessere inquieto ed esibito, quella del frenetico presenzialismo, che si arrocca nei suoi riti faticosi e nervosi; quella che non vuole più saperne del resto del mondo, essendo lei stessa il mondo, e guai da quel mondo essere scartato, dimenticato, lasciato solo con le proprie macerie, tra gli altri che non contano. Oggi quel che conta per chi conta è l'esibizionismo, il brusio della conversazione, della battuta, del pettegolezzo, il cinismo malinconico dei rapporti, il catering stravagante, l'ospite impensabile; per esempio il cardinale gourmet che sa come si soffrigge la lepre, la santa centenaria che mangia solo radici, il più grande poeta vivente che non parla mai, Un personaggio di lancinante genialità capace di giudicare e giudicarsi la bodyartista nuda che sbatte la testa contro le mura dell'acquedotto romano, la bambina che fa action painting coi secchi di colore su una tela, il lanciatore di coltelli che li infilza attorno al corpo della ricca padrona di casa. Sarà davvero così straziante, spaventoso, inutile, essere ricchi e apparentemente fortunati, almeno oggi a Roma? Con 'La grande bellezza' (...) Paolo Sorrentino sembra voler convincere che sì, quella che racconta è davvero 'una Babilonia disperata' nel cuore oscuro e invidiato della capitale: e sembra riuscirci con la forza delle immagini e i virtuosismi visivi (di Luca Bigazzi), con il montaggio implacabile (di Cristiano Travaglioli), la colonna sonora (di Lele Marchitelli), che stordisce con la disco music e incanta con la musica sacra, una sceneggiatura (di Sorrentino, che è un vero scrittore, e Umberto Contarello) veloce e crudele. Non è più il tempo, 1960, della Roma di 'La dolce vita' di Fellini, con il suo ormai perduto paradiso di confusione e peccato, né quello, 1980, della Roma di 'La terrazza' di Scola, in cui politica e cultura erano già un pretesto di vite intaccate da indifferenza e corruzione." (Natalia Aspesi, 'La Repubblica', 21 maggio 2013) "Il tramonto di un'Italia volgare e corrotta, invecchiata malamente in un triste e atonico vuoto morale. Un'Italia piombata nell'abisso di un'irrimediabile perdita di senso, che ha sepolto la propria bellezza sotto una crosta di insostenibile superficialità e stordimento. Un'Italia grottesca, popolata da personaggi mostruosi, come gli invitati all'assordante festa mondana che nel film arriva a pochi minuti dall'inizio, dopo la contemplazione di una Roma vuota e silenziosa, quasi collocata in un'altra dimensione. E così, come ne 'Il grande Gatsby' di Luhrmann, la bolgia spaventosa che danza sulle note della Carrà diventa metafora della fine del mondo. Del film di Sorrentino (...) si era già detto molto. Ad esempio, che è una sorta di remake, riveduto e aggiornato, de 'La dolce vita' (...) dove Fellini raccontava un mondo putrescente senza più punti di riferimento. Come Marcello Mastroianni, anche toni Servillo è uno scrittore, il disincantato, ironico Jep Gambardella, sincero e allergico a ogni ipocrisia (...). Come un novello Virgilio ci conduce tra i gironi infernali di una città perduta, popolata da nani e ballerine, cialtroni e pseudointellettuali, artisti falliti e giornalisti prezzolati, nobili in affitto, politici corrotti, chirurghi plastici venerati come santoni e un certo clero più interessato alla mondanità che alla propria missione pastorale. Affresco corale che vede nel foltissimo cast anche Sabrina Ferilli, Carlo Verdone, Carlo Buccirosso, Luca Marinelli, Galatea Ranzi, Pamela Villoresi, Anita Kravos, Giusi Merli, Roberto Herlitzka, Iaia Forte, il film cosceneggiato da Sorrentino con Umberto Contarello è un vero e proprio pugno nello stomaco che lascia lo spettatore in balia di un grande sconcerto. Il talento del Sorrentino regista non si discute: sono moltissime le scene dei suoi film rimaste indelebili nella memoria del pubblico e anche in questa occasione ci regala degli straordinari, poetici e visionari momenti di cinema. Quello che convince meno è una sceneggiatura che scivola nel sentenzioso, che accumula citazioni letterarie e scolpisce nella pietra frasi destinate a risultare ridondanti, perché sovrapposte a immagini forti già capaci di raccontare tutto. E se ne 'Il divo' il regista si misurava con l'affascinante natura del potere e l'enigma di un personaggio complesso, questa volta, alle prese con l'abisso esistenziale delle sue disprezzabili creature, sceglie un nichilismo che toglie il fiato." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 21 maggio 2013) "'La Grande Bellezza' (...) è il ritorno di Paolo Sorrentino sulla Croisette, scelta poco condivisa da una parte della critica francese che non lo ama affatto - ma perché sempre lui si chiedono i 'Cahiers du cinéma'. Al centro c'è Roma, la città anche del cinema, che lui ostenta, esibisce nelle luci e nelle ombre (grana di Luca Bigazzi) più identificabili, quasi un'estetica da cartolina popwarholiana, o da manuale per i turisti stupefatti davanti a un tramonto o davanti al Colosseo, e di fronte alla «Bellezza» si può anche morire come accade allo sparuto turista giapponese nella sequenza che apre il film. E la città chiassosa e falsamente accogliente, anche Sorrentino arriva da fuori come lo sceneggiatore Umberto Contarello, e come Jep, appunto, il protagonista, e tanti altri che si sono fatti risucchiare nella medietà della fiction ben remunerata o nel silenzio. Roma kills everyone, già, ma questo sarebbe un altro film. Cosa ossessiona invece Sorrentino? Quale è la «Bellezza» che cerca con la magniloquenza esibita fino allo sfinimento virtuosistico della sua macchina da presa? La «Bellezza» che ruba lo sguardo, e stordisce? Nella sua antropologia dei salotti, è una Città trasognata dall'alto, vista quasi soltanto dalle terrazze dei palazzi. Non sono più i tempi della 'Dolce Vita' e Roma non è più la città del cinema anche se il cinema si fa sempre a Roma. Ed è quel cinema che Sorrentino cerca, o meglio la sua immagine svuotata come in una specie di parco a tema. Jep con le sue notti bianche, è un Marcello felliniano, divenuto cinico con la fine dell'innocenza. Fellini è disseminato nelle apparizioni improvvise di stravaganze, giraffe che spariscono, donne luccicanti di trucco ( e con lui Moretti degli 'Ecce Bombo' e Pasolini ..). Tracce. O forse riferimenti svuotati anch'essi. Fellini i suoi personaggi li amava, mentre Sorrentino dichiara un'algida distanza da loro e dagli attori che li interpretano, e soprattutto lui non si mette mai in gioco, mai un commento, un pizzico di autoironia, qualcosa che faccia tremare la sicurezza dello sguardo, che inietti la confusione dei nostri tempi (e un balletto stile Amici non basta). Se questo deve essere il racconto dell'Italia oggi, è francamente un po' facile e parecchio banale, posticcio soprattutto e privo di necessità. Sembra che piuttosto al regista interessi solo la sua di bellezza, la bellezza delle sue immagini, il suo virtuosismo dalla prima inquadratura che vorrebbe stupire. Ma non è questo il barocco, che del proprio tempo è espressione violenta e sublime di bellezza e di mostruosità (forse Sorrentino dovrebbe rileggersi Brandi). Il suo è un barocco fine a se stesso, un barocco senza barocco, che volteggia volteggia in una vertigine senza emozione." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 21 maggio 2013) "È giusto fino a un certo punto tirare in ballo Fellini a proposito del nuovo film di Paolo Sorrentino (...). Perché, pur ricco di citazioni-omaggio al capolavoro del maestro riminese, 'La grande bellezza' sta a 'La dolce Vita' come la Via Veneto di oggi sta alla Via Veneto del 1959. (...) Certo, con qualche differenza di personalità, il cronista mondano Jep (Toni Servillo) del film di Sorrentino potrebbe ben essere Marcello mezzo secolo dopo, fatto salvo che lo scenario in cui si muove è peggio che decadente, è vuoto. (...)Ci sono anche feste esagitate e cafone, cardinali che parlano di alta cucina, loschi maghi del lifting: ma restano grotteschi frammenti di un puzzle che non arriva a comporsi in disegno unitario. Colpa di un'Italia allo sprofondo e senza più identità; colpa anche di una sceneggiatura che sotto l'aspetto di concertare significative scene di gruppo si presenta debole, mentre a emergere incisiva è la figura di Jep, disincantato viveur fra le macerie delle illusioni perdute. E Servillo lo incarna con consumata maestria, giocando a nascondersi dietro la maschera dell'uomo di mondo per poi svelarne a sorpresa il volto umano: soprattutto quando entra in rapporto a personaggi che conservano una loro innocenza, come la vulnerata spogliarellista Ferilli e il tenero letterato fallito Verdone; o quando, fra visite notturne nei palazzi patrizi e passeggiate sul lungotevere, si ritrova con immutato stupore a tu per tu con la bellezza immobile e fuori dal tempo di Roma." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 21 maggio 2013) "Il nuovo film di Paolo Sorrentino (...) è stato lanciato come una sorta di ideale omaggio a 'La dolce vita', ma il vero omaggio è a 'Roma', un altro capolavoro di Federico Fellini che comunque fa capolino dovunque, lungo i 142 minuti di proiezione. (...) 'Roma' ritorna di continuo (...): per la sua struttura rapsodica e apparentemente buttata lì (quando invece sia Fellini sia Sorrentino sono registi di chirurgica precisione), e soprattutto per lo sguardo «dal di fuori» sulla capitale. Fellini era romagnolo, Flaiano (colui che in 'Un marziano a Roma' ha raccontato meglio di chiunque altro la romanità) era abruzzese, Sorrentino e Servillo sono napoletani. Carlo Verdone e Sabrina Ferilli sono i due soli romani del cast e non sarà un caso che siano gli unici personaggi con una loro straziata umanità, e che entrambi abbandonino Roma in modo dolente. 'La grande bellezza' va visto. Ci stiamo ancora interrogando sulla sua vera natura, che sfugge a una definizione precisa almeno dopo una sola visione. Diciamo subito che è visivamente magnifico, a tratti fin troppo: Sorrentino fa fare le capriole alla macchina da presa e Luca Bigazzi «firma» ogni inquadratura manco fosse Storaro, e ogni tanto si sente quasi la voglia di un'immagine trovata, non troppo studiata, alla Rossellini. Diciamo subito dopo che non racconta una storia nel senso classico del termine, ma piuttosto numerose «stazioni» nella vita del suddetto Gambardella, un giornalista snob e perditempo che quarant'anni prima ha scritto un romanzo-rivelazione e poi ha dilapidato il proprio talento nella frequentazione del jet-set. (...) Sarà davvero un inferno, la Roma di Jep? Forse è un purgatorio, dove tutti siamo di passaggio. Sono tutte anime imperfette, i personaggi che Gambardella incrocia: crisalidi che devono ancora sbocciare diventando forse beati, forse mostri. (...) Gli attori sono tutti magnifici, il film ha momenti di toccante lirismo (il personaggio della Ferilli è forse il più bello, e Sabrina non è mai stata così brava) e altri più dispersivi. Non aspettatevi un ritratto corrosivo del bel mondo romano: 'La dolce vita' era anche un affresco del suo tempo, 'La grande bellezza' è la visione onirica di un regista che si cala nella volgarità contemporanea cercando disperatamente un riscatto che lasci intravvedere una salvezza. Forse, per trovarlo, occorre osservare la città a pelo d'acqua, come nel lungo piano-sequenza girato dal Tevere su cui scorrono i titoli di coda. È lo sguardo dei pesci, dei sorci, o delle anime in pena: lassù, con le macchine e le persone impallate dai contrafforti dei Lungotevere, Roma sembra quasi bella." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 21 maggio 2013) "E' troppo forte, nei temi civili e nella forma a blocchi (reinventata), il richiamo al capolavoro di Fellini e al suo gesto pittorico scenografico seguente per non sentire il nuovo film di Paolo Sorrentino - in gara oggi a Cannes, unico italiano in concorso, ieri applausi brevi ma convinti alla proiezione stampa - come una postfazione, un'attrazione aggiornata, una conseguenza del dolore: Roma bellissima e inerte, il labirinto umano dei corpi cocainizzati alle feste, il suicidio di un rampollo che fa macchia tragica, l'aristocrazia zombi che sopravvive nei vani immensi di palazzi vuoti, la Chiesa subdola e arresa (il prelato di Herlitzka), l'antichità come cultura fallimentare, il cinismo qualunquista dei salotti, e anche l'amore, introvabile, se c'è è morente (la spogliarellista malata di una sorprendente Ferilli). Nelle intenzioni, 'La grande bellezza', ha il passo, e l'ambizione, del ponderoso affresco sulla crisi del mondo contemporaneo nella forma chiusa e simbolica del mito, con un personaggio pilota, un adeguato Toni Servillo costretto però a inutili dizioni retoriche. Sorrentino ha un dominio assoluto del suo sguardo espressionista, nello spazio del ritmo. La tensione del linguaggio è seducente e lascia un amaro incanto negli occhi. Il guaio è l'incapacità di cogliere, a partire dalla sceneggiatura, la proporzione tra il suggerimento, l'affermazione e la didascalia superflua, in un giro di caricature disturbanti, per non dire che due morti simboliche (il suicida e la Ramona-Ferilli) sono troppe. Con beneficio, si possono eliminare quindici, venti minuti. Forse sono sangue, per un cineasta prolifico di visioni che deve aver già tagliato assai. Sono però salute per il corpo e l'anima del film. Purtroppo, la ridondanza è infida, ferisce anche le grandi opere. Lo sguardo di Gambardella è presuntuoso in quanto elevato, di coinvolta inadeguatezza. Finisce per riflettere l'umore del film nei confronti di un mondo che Fellini, invece, accoglieva nel disincanto tragico tragico della poesia." (Silvio Danese, 'Nazione - Carlino - Giorno', 21 maggio 2013) "Il film di Paolo Sorrentino (...) ha un titolo che punta all'assoluto: 'La grande bellezza' e si rivela un viaggio nell'insensatezza della cornice sociale. Nell'ipocrisia. In un'ansia di apparire senza mai domandarsi davvero chi si stia diventando. Così tra una festa e l'altra, in un'asfissia sentimentale che trancia il respiro, scorre il tramonto di una filosofia. Un nulla che deforma volti e plasma ambizioni per restituire un epocale, sinistro, mai moralistico autoscatto dei tempi correnti. Sorrentino non giudica. Fotografa. Polaroid che raccontano un'epoca. Non ci sono più vite dolci, sogni felliniani o monumenti e fanciulle visti da un elicottero. Esiste solo il ricordo di ieri. Una magnificenza declamata, ma scomparsa. Offesa dalla sazietà di intenti e prospettive. Roma è una cartolina ingiallita. (...) Davanti alle rovine reali e metaforiche di un'enclave in frantumi, nell'assenza di domande, pulsa un edonismo senza gioia. Una fatica. Una malinconica 'corvèe' di sottomissioni in cui anche la gestione del potere, nel suo luogo deputato, appare relativa. Le anime in pena di Sorrentino difettano in autoanalisi. (...) Nella curva finale degli anni rapaci, cavalcati tra una canzone della Carrà e un letto disfatto, Sorrentino cambia il destino al suo eroe e parla di spiritualità. Non più grevità, smarrimento o astrazione, ma volo. Non avrebbero osato in molti. Molti non sono Paolo Sorrentino." (Malcom Pagani, 'Il Fatto Quotidiano', 21 maggio 2013) "La platea dei giornalisti ha accolto con un grande applauso, ieri sera, il film di Paolo Sorrentino (...). Se n'era parlato molto, di questo film, alla vigilia del Festival, soprattutto per le notizie che lo volevano ispirato a 'La dolce vita' di Fellini o comunque, dato il tema, all'universo del maestro riminese. Certamente ne 'La grande bellezza' sono presenti e ben evidenti echi felliniani, soprattutto là dove Sorrentino si avventura sul terreno scivolosissimo della rappresentazione grottesca dell'umanità che affolla le terrazze e le feste della capitale. Fortunatamente questa rappresentazione (che, va detto subito, costituisce la parte più debole del film) è solo il corollario al discorso che Sorrentino porta avanti attraverso il personaggio del giornalista e scrittore Jep Gambardella (Toni Servillo in grande spolvero), suo alter ego nel film. Disincantato e disilluso da tutto e da tutti e soprattutto dalla vita (quella che conduce, ma anche dalla vita in generale), Jep cerca da quarant'anni di ritrovare la vena del suo primo, fortunato romanzo, senza riuscirvi. Ci riuscirà solo quando, finalmente riconciliato con se stesso, tornerà alle proprie radici. La grande bellezza che Gep ha cercato per tutti questi anni non è altro che la nostalgia: quella che ci fa sperare in un futuro migliore. Splendidamente fotografato, il film mette in scena una Roma quasi sempre notturna, deserta, bellissima, silenziosa, mettendola in stridente contrasto con le feste pacchiane e sguaiate della mondanità capitolina o il chiacchiericcio fatuo e vacuo delle terrazze. Un film onirico e soprattutto sospeso, 'La grande bellezza', un film dal respiro ampio, da assaporare soprattutto là, dove il chiasso della vita lascia il posto al silenzio sospeso della speranza." (Andrea Frambosi, 'L'Eco di Bergamo', 21 maggio 2013) "La grande bellezza, lo sappiamo tutti, è quella di Roma. (..) Sembrano tutti matti, i personaggi di Sorrentino ne 'La grande bellezza', in concorso a Cannes. Tutti matti, fuori posto, in un delirio continuo di deragliamento della ragione, in un circo che non può non ricordare Fellini. Sorrentino sta molto attento a non paragonare il suo film alla 'Dolce vita', ma è chiaro che ci ha pensato. Il personaggio di Toni Servillo, che attraversa il delirio insieme con partecipazione e sufficienza, assomiglia al Mastroianni distaccato e affascinato del film di Fellini. E se c'è una giraffa con un mago in mezzo a una sequenza, un motivo ci sarà. Ma più che al disgregato, ma vivo mondo felliniano, il film di Sorrentino ricorda il 'Cafonal', la rubrica di Dagospia che immortalava facce e atteggiamenti delle feste romane. Le inquadrature, nella fotografia di Luca Bigazzi, sono tutte interessanti, imponenti: si sente lo sforzo di fare qualcosa di memorabile. Però si ha a lungo l'impressione che il film giri a vuoto, senza un grammo di pietà umana, di compassione, né di indignazione vera. C'è uno sguardo beffardo, senza nessuna speranza verso niente. (...) Niente è naturalistico, né Sorrentino lo vuole. Non lo è la recitazione, non lo è la storia. Non lo sono le immagini, che ricordano più la pittura metafisica di De Chirico che una qualsiasi corrente figurativa. Altri film sono senza storia, e non è questo il problema. Ma questo è stranamente senza umanità. (...) Un'elegia sulla vanità del tutto, e sul nostro dibatterci inutile in questo mondo, alla ricerca di una qualsiasi verità. Ma tanto, non crediamo a niente. E l'accoglienza della critica straniera? Applausi alla proiezione stampa, ma con un filo di disagio." (Luca Vinci, 'Libero', 22 maggio 2013) "Ci sono città con particolari conformazioni urbanistiche, belle e accoglienti, ma che a uno sguardo più attento risultano noiose, troppo inscatolate in castrum e impianti simmetrici, cornicioni che scorrono paralleli per metri e metri, grandi corsi principali e insomma: grandeur da esibire. Alla lunga mettono ansia, perché spesso la tanto decantata bellezza è ansiogena, sia per lo spettatore che deve corrispondere sia per il portatore di bellezza che deve mantenerla. E ci sono città diverse, come Roma, difficili da raccontare. (...) Una città così è un set ideale per raccontare il caos e l'inquietudine e la distrazione, insomma: la condizione moderna. Roma è come Napoli, una città che ti addormenta o ti ferisce a morte, dove le cose hanno fine ma per eccesso, di energia, di sogni, di prospettive, di ambizione, e infine di distrazione costante. Roma è la coprotagonista de' 'La grande bellezza', l'ultimo (bello e struggente) film di Sorrentino. Il luogo dove uno scrittore (e giornalista) sessantacinquenne - che da anni non scrive più - ha casa. Il luogo che per conformazione urbanistica e luce e varietà di stili è appunto un palcoscenico ideale per chiedersi: ma chi sono io? Io in questo caos, io tutto io niente (...). Chi sono io? Chi siamo noi, che ci affacciamo su questa terra per qualche anno e siamo distratti, deboli, caotici, e in ultima analisi stupidi. Lo siamo doppiamente perché abbiamo visto sprazzi di sovrumana e incantevole bellezza, proprio qui a Roma, in alcune ore, con il sole al tramonto, un attimo di silenzio, quando tutto fa rima con tutto e anche le luci delle ambulanze si intonano con il colore del cielo. È quella la grande bellezza che cerchiamo? E siamo appunto così stupidi perché pensiamo che tutto questo sia eterno, trionfo e pago di sé. Ci siamo cascati, in questo istante di perfezione e siamo stupidi perché pensiamo che possa durare per sempre. Non può durare. Allora se non possiamo volare in alto restiamo in basso, a occuparci di pettegolezzi, amenità e dicerie, tra vanti e propositi di santità. (...) Film moderno perché si svolge in una città variopinta, con tematiche profonde, da adulto - alcune domande non hanno risposta, siamo troppo distratti per concentrarci seriamente sulla questione. Non è vero che essere saggi significa godere di ogni momento (ogni momento è quello giusto per la grande bellezza) no, al contrario, essere saggi significa imparare a sopportare il fardello che la disillusione porta con sé. Tanto, è tutto un trucco, a volte riuscito a volte meno, e Roma illustrata da Sorrentino racconta tutto questo e (meravigliosamente) molto altro ancora." (Antonio Pascale, 'Il Messaggero', 23 maggio 2013) "Riecco 'La dolce vita' cinquant'anni dopo. La Roma di oggi, provoca Paolo Sorrentino, è ancora più cafona e cialtrona. Il disincantato giornalista gossiparo Toni Servillo vaga per la città, trascinandosi ogni notte tra feste kitsch e terrazzi alla moda. Incontra una caricaturale fauna umana, buona per riempire dieci film felliniani. Con una battuta da cineteca: «Ah, Proust è il mio scrittore preferito, però anche Ammanti...». Talento indiscutibile. Quasi come la noia." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 23 maggio 2013)

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