SCHEDA FILM

Il minestrone

Anno: 1981 Durata: 104 Origine: ITALIA Colore: C

Genere:FANTASY

Regia:-

Specifiche tecniche:PANORAMICO

Tratto da:-

Produzione:RAI, MEDUSA

Distribuzione:MEDUSA DISTRIBUZIONE

TRAMA

Due "morti di fame", per mettere qualcosa sotto i denti, debbono frugare nei sacchi dell'immondizia, contendendo i rifiuti ai cani, finiscono in prigione e liberati, fanno amicizia con il "Maestro", abilissimo nell'abbuffarsi nei ristoranti e poi squagliarsela senza pagare. Finita male la prima esperienza dall'oste Attilio, (per darsela a gambe dopo una memorabile scorpacciata a ufo, sono caduti in una pozza d'acqua fredda e sporca, che li ha fatti vomitare), i tre salgono su un treno merci, che li porta in Toscana. Qui tentano di ripetere il colpo in una trattoria di campagna, ma ne sono dissuasi dall'abitudine che hanno i padroni di girare armati e di mettere ai ceppi chiunque li derubi: Liberato un cameriere-ladro, e da lui ricambiati, dopo che certe contadine, alla cui mensa avevano cercato di mangiare a sbafo, li avevano legati a un palo, i tre, cui ora s'è aggiunto il cameriere, capitano in un ex-ristorante mutato in impresa di pompe funebri, dove vivono una spiacevole avventura con un cadavere e la sua bara. Successivamente i quattro si imbattono in un giovane aristocratico, Gildo, e nella sua famiglia, i quali, già molto ricchi, sono stati ridotti in miseria dai ladri e dalle tasse. Si aggregano a costoro per far visita al padre di Gildo (un uomo che, per il timore di essere avvelenato, non mangia quasi nulla del moltissimo cibo che gli preparano i cuochi); ma non ricevono da lui nemmeno un boccone. Divenuti un folto gruppo, gli affamati si consolano mimando un lauto e succoso pasto. Quando, poi, trovano qualcosa da ingerire, si tratta soltanto di gelatina per missili, ed essi finiscono tutti in ospedale. Ne escono per seguire un medico-santone, un Rasputin da borgata, che li conduce tra i monti innevati fino a un valico, ove ascoltano musica da banda, conservando però la loro fame insaziata.

CRITICA

"L'aver patito la fame, come è accaduto al regista Sergio Citti, forse non basta a far bello un film sulla fame, ma può servire a dargli un retrogusto giocosamente allucinato, un estro visionario, che manca alle inchieste socio-politiche su quel flagello e anche al cinema realista, per il quale la fame è occasione di mestizie (...) (...) Benchè sceneggiato da Citti con Vincenzo Cerami, il film manca infatti soprattutto di ossatura. E' una coroncina di episodi, quale più e quale meno spiritoso, da cui non è nemmeno tanto facile trarre la morale che a Citti sta a cuore." (Giovanni Grazzini, "Cinema '81")

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