RECENSIONE FILM a cura di Cinematografo.it

<i>Neds</i>

30 novembre 2010

Neds

Peter Mullan fuori competizione a Torino, non dal cinema: onesto ed empatico romanzo di deformazione, nella Glasgow '70s

Aveva vinto a San Sebastian (miglior film, miglior attore Connor McCarron), non vincerà a Torino, ma solo perché fuori competizione: Neds di Peter Mullan è a tratti duro, in più di qualche sequenza didascalico, qui e là edificante, soprattutto, è un buon film.Con qualche eco autobiografica, si torna nella Glasgow del 1973 con il giovanissimo John McGill, che eccelle tra i banchi e sconta una famiglia disastrata: il padre beve, il fratello maggiore è ned (acronimo per delinquente senza educazione) a tempo pieno, la madre subisce. Che fare? Continuare a studiare a scuola o darsi alla vita di strada, alla solita Arancia meccanica, seguendo l'illuminato exemplum del fratello? La seconda è più irta di ostacoli, comunque è più facile cadervi: sarà la via della violenza quella su cui John muoverà i suoi passi in Dr.Martens e coltelli alla mano, cercandovi l'impossibile rimedio alla violenza stessa. Come finirà? Con il via libera dato dalle bestie (leoni) a vittima e carnefice, perché parte dello stesso universo, dove l'unica legge è quella del più forte. Non è un ritorno alla natura, soprattutto, non è l'unico afflato simbolico di Ned, per cui più volte Mullan prende felici scorciatoie metaforiche e divagazioni immaginifiche, facendo addirittura scendere dalla croce il Cristo, manco John fosse Il cattivo tenente di Abel Ferrara. Se Shane Meadows nel 2006 predicava This Is England, Mullan risponde con This is Scotland, ma sono solo indicazioni geografiche tipiche di un malessere a denominazione di origine controllata, quella giovanile. Il fenomeno non sarà così dirompente alle nostre latitudini, ma le baby-gang sono glocal e in espansione incontrollata: pur con qualche "spiega" e qualche enfasi di troppo, pur in precario bilico tra l'apologo e la denuncia, Mullan – anche ottimo interprete nel ruolo del padre – non chiede troppo al suo stile, invero tutt'altro che ambizioso o sorprendente, ma fa della forma un'onesta, accorata e – vedi i succitati inserti deliranti – a tratti coraggiosa invocazione: se non si sa educare, è la violenza  a mettersi in cattedra, scuola o famiglia che sia. Allora, la lotta all'analfabetismo non deve fare prigionieri, eccetto che in sala.

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