RECENSIONE FILM a cura di Cinematografo.it

<i>In un mondo migliore</i>

30 ottobre 2010

In un mondo migliore

Attori perfetti per un dramma morale che non teme di confrontarsi con i nodi spinosi del presente. Ambizioso e riuscito, forse il miglior film della Bier, in Concorso

Quale prezzo siamo disposti a pagare per difendere i nostri ideali? Che efficacia possono avere l'educazione, l'etica e il buon senso in un mondo travolto dal caos e rassegnato alla violenza? E che futuro consegnare ai nostri figli? Il nuovo, bel film di Susanne Bier,Heaven - In un mondo migliore (candidato danese all'Oscar), non ha paura di affrontare alcuni dei nodi più spinosi delle società occidentali. Lo fa disinnescando la retorica - e la carne al fuoco - che il soggetto del solitoAnders Thomas Jensen (al suo quarto film con la Bier) autorizzerebbe a spalmare. Di fronte a una sceneggiatura che prevede snodi e scorciatoie drammaturgiche prevedibili, è il cinema a fare la differenza, ad autenticare tutto grazie alla partecipazione e l'urgenza con cui la regista danese aderisce ai conflitti dei sui personaggi, alle piaghe del loro vissuto personale, alla fragilità di modelli valoriali e progetti di vita.Sembrerebbe il suo solito film, il consueto cote familiare, la meccanica e il logorio della passioni. Centrale ogni volta il capriccio di circostanze che intrecciano destini: qui, quelli di Christian (William Johnk Nielsen) ed Elias (Markus Rygaard), pre-adolescenti entrambi, e ciascuno con una piccola croce da portare: Christian ha perso la mamma da poco, si è appena trasferito in Danimarca col padre e non ha voglia di fare sconti a nessuno. Di fatto si caccia sempre nei guai: prima quasi ammazzando a sprangate un bullo della scuola, poi improvvisandosi bombarolo nello scantinato di casa, infine mettendo a repentaglio la sua e la vita dell'amico; Elias ha un temperamento opposto: la sua timidezza è sinonimo di debolezza per gli altri, il suo apparecchio ai denti lo rende facile bersaglio di angherie ed esclusioni, e la separazione dei genitori non aiuta. In Christian troverà la guida, il fratello maggiore, il protettore. Finendo per farsi del male. Intanto padri e madri, dell'uno e dell'altro, faticano a gestire i loro ragazzi: pagano la riottosità del nuovo clima sociale che ne mina autorità e sistemi educativi (come porgere l'altra guancia quando gli altri conoscono solo la legge del pugno?); pagano per i propri errori, per le disgrazie che hanno incontrato (la difficoltà di sopravvivere ai lutti), per il livore, l'indisponibilità degli altri.Ciascuno in fondo ha una pena da scontare, una storia che lo riguarda, un film a parte (come quello di cui è protagonista Mikael, padre di Elias e medico idealista che fa spola con l'Africa). La Bier non perde di vista nessuno, quasi che l'estasi e il tormento di ciascun personaggio fosse in fondo anche il suo. Dopo il mezzo passo falso americano (Noi due sconosciuti) la danese ritrova terra e ispirazione in un dramma morale che sarebbe piaciuto a Bergman. Ma se il maestro era austero e cerebrale, l'allieva è tutta cuore, viscere, macerazione. Ci sono scene - come quella in officina - dove puoi sentirlo forte il disagio, dove sono i corpi a farsi carico dei problemi di coscienza. Il (melo)dramma è il patema di un occhio che non può più osservare il mondo e non sentirlo. D'altra parte, la strategia degli affetti è l'unica risposta politica all'antipolitica diffusa degli umori, delle reazioni a caldo, dell'emotività. Opportuna poi la scelta di eludere il racconto di formazione classico, utilizzando l'adolescenza come banco di prova dei conflitti che agitano il presente: la scelta tra modelli educativi diventa bivio esistenziale, vendetta o perdono, violenza o comprensione, chiusura o dialogo. Gli adolescenti - questi qui, non quelli citrulli del cinema nostro - sono la posta in gioco del futuro. La Bier intercetta un malessere reale, assumendosi il rischio di prenderne parte, schierarsi. Apre e chiude il suo cinema come una fisarmonica, alternando momenti di massima tensione a quelli di quiete; dilata tempi e temi, forse abusa. Compone immagini, musica (di Johan Soderqvist) e fotografia (Morten Soborg) in un affresco impressionista e kantiano, trovando nei suoi personaggi - e negli attori diretti alla perfezione - il conforto di una legge morale. Nei cieli stellati i presagi dell'avvenire. E il suo, se continua così, sarà certamente radioso.

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