RECENSIONE FILM a cura di Cinematografo.it

<i>Donne senza uomini</i>

10 marzo 2010

Donne senza uomini

Innocuo e didascalico il Leone d'Argento dell'iraniana Shirin Neshat: bella fotografia e civili intenzioni non bastano

Dei film irrisolti si dice spesso che abbiano una bella fotografia: non fa eccezione Donne senza uomini, tratto dal romanzo omonimo di Shahrnush Parsipur e diretto dall'affermata visual artist Shirin Neshat, iraniana che vive da 30 anni a New York. All'esordio nel lungometraggio, la filmaker torna all'Iran del '53: sullo sfondo del colpo di stato tramato dalla CIA, i destini di quattro donne convergono in una rigogliosa tenuta fuori Teheran, dove troveranno (?) conforto, amicizia e la liberazione dal giogo sessista, che differentemente le debilita. Un locus amoenus, che accoglie la loro fuga dal mondo, almeno dal mondo maschile: ma non durerà, perché il golpe dello shah Mohammed Reza Pahlavi avrebbe segnato la fine della democrazia e la Rivoluzione Islamica, ovvero la nascita dell'Iran che conosciamo. Struttura a incastro (temporale  e spaziale), declinazione ovviamente femminile, Women Without Men non trova grande beneficio nelle interpreti protagoniste, e ancor meno nella ricostruzione storica: patinata e pastorizzata dal setting (Marocco) giù fino ai costumi. Ma soprattutto sono i dialoghi a non staccarsi dalla carta e da un didascalismo illustrativo, che affoga il realismo magico e punta deciso verso la fiction televisiva: se la fotografia - estetizzante al limite del calligrafismo, ma non priva di fascino - dribbla agilmente l'estetica da piccolo schermo, viceversa vi ricadono il montaggio, l'utilizzo insistito dei primi piani e quello, stoltamente atmosferico, delle musiche di Ryuichi  Sakamoto e Abbas  Bakhtiari. Parafrasando il cinéma du papa tanto inviso alla Nouvelle Vague francese, la sensazione è quella del cinema della nonna: annacquato, polveroso (dietro la fotografia smagliante) e, in definitiva, innocuo, perché (anche) la forma è libertà.Peccato, perché la materia cartacea meritava esito migliore, soprattutto nell'auspicabile ping-pong sociale e politico tra quel recente passato e il presente dell'Iran, viceversa "collegato" unicamente dal cartello finale, con dedica alle vittime cadute per la libertà: dalla Rivoluzione Costituzionale del 1906 alla contemporanea Rivoluzione Verde. Didascalia che racchiude il senso del film: le sue aspirazioni frustrate, e le parole che non ha saputo tradurre per immagini. A confermare, se ancora ce ne fosse bisogno, che arte visuale e cinema non sono sinonimi.

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