RECENSIONE FILM

<i>Butterfly Zone</i>

01 luglio 2010

Butterfly Zone

a cura di Cinematografo.it

Una degustazione adulterata oltre le tristi indicazioni geografiche del nostro cinema: confusamente chiaro, è il mix di generi di Luciano Capponi

Un raggio misterioso, un padre rapito dagli alieni, una sorella suicida: per fortuna, ci si può bere sopra. Anni dopo, Vladimiro (Pietro Ragusa) invita l'amico Amilcare (Francesco Martino) a cena e l'annaffia col "Caresse de Roi", su consiglio postumo del genitore. Manco a dirlo, bastano pochi sorsi e nemmeno il peyote: musicisti senza musica, caffè senza zucchero (ma è così strano?), e lunghi coltelli attendono i due nel nostrano paese delle meraviglie…  Non temete, anche il film alza il gomito, ma non si ubriaca, almeno non a livelli molesti:  il regista Luciano Capponi ha idee confusamente chiare, mesce Fellini e aspetta Godot (Vladimiro ed Estragone), mette i baffi a Barbara Bouchet e la tunica a Patrizio Oliva, soprattutto, cerca una sbornia di registri e generi – demenziale, parodistico, camp, fantascienza, fantasy, thriller – senza ridursi all'arte degenere, all'avanguardia d'accatto. Certo, se concordate con Oscar Wilde – "Per conoscere la qualità del vino non c'è bisogno di berne tutta una botte" – questa Butterfly Zone rischierà di darvi alla testa, ma con tutte le tristi e pavide indicazioni geografiche tipiche del nostro cinema non val bene una degustazione adulterata?  

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