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Recensione

04 Set 2009

Desert Flower

a cura di Cinematografo.it

Dall'autobiografia della top model Waris Dirie, il dramma dell'infibulazione alle Giornate. Con qualche incertezza


Non è prescritta dal Corano e di questo è a conoscenza mezzo mondo. Eppure la pratica dell'infibulazione rende vittime circa 6mila bambine ogni giorno, secondo i dati raccolti dall'ONU. Anche Waris Dirie, somala, a 3 anni è stata mutilata. Bellezza rarissima e per questo diventata una delle top model più richieste di tutto il pianeta, la vita le ha regalato dolore e successo a livelli estremi. La sua incredibile autobiografia, Desert Flower (Fiore del deserto, significato del suo nome) ha venduto 11 milioni di copie e oggi è diventato un film, omonimo, per mano della regista tedesco americana Sherry Hormann. Intensa nei panni della Dirie, bimba nomade che da sola fugge dal villaggio a Mogadiscio e poi si ritrova e Londra, è la  modella-attrice etiope Liya Kebede, che condivide l'intensa ricostruzione cinematografica con i britannici Sally Hawkins e Timothy Spall. Della durata di due ore e imbastito secondo la convenzione narrativa che procede tra linearità e flashback, Desert Flower nasce per il suo contenuto straripante e per questo si trattiene nei limiti dell'anti-velleitarismo linguistico, con qualche venatura melodrammatico-musicale di troppo. L'apertura nell'aridità del deserto somalo, i bambini, le capre e la miseria fanno da naturale contrasto con il luccichio delle passerelle e con il regno dell'apparire, nel quale Waris, filiforme emanazione di grazia, emerge per la straordinaria sintesi di potere erotico e sguardo indifeso. "Il giorno che ha cambiato la mia vita" diventa il cuore del discorso: non è quando il popolare fotografo di moda inglese Terry Donaldson (Spall) la nota, donna delle pulizie in un fast food qualunque, lingua inglese quasi inesistente, paura dell'aria circostante, bensì è "quel momento, da bambina, in cui mia madre mi ha mutilata. Nel deserto. Il sangue, le lacrime, gli urli". Il ricordo mai rimosso da Waris non ha causato odio verso la propria famiglia, ma l'ha portata con intelligenza ad utilizzare il suo successo per denunciare le atrocità di una pratica disumana davanti alle Nazioni Unite: per questo l'ex segretario generale Kofi Annan l'ha nominata ambasciatrice straordinaria dell'ONU.

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