Recensione
|
11 Lug 2008
Joshua
Piccolo e diabolico genio del pianoforte inquadrato dal raffinato George Ratliff: un thriller da vedere con lo psicanalista
|
Se Diario di una tata ci aveva fatto sorridere sulle bizzarrie snob dell'alta borghesia americana, Joshua ci mostra tutto quello che non avremmo voluto vedere di una famiglia ricca e "normale". Quella degli ottimi Vera Farmiga (grazie a Scorsese per averne valorizzato il gran talento) e Sam Rockwell, coppia giovane e bella agitata dalla depressione post partum di lei e dalla presunta superficialità di lui. Hanno un figlio, Joshua, genio del pianoforte a 9 anni e geloso della sorella appena nata. Succede anche nelle migliori famiglie. Se non fosse che George Ratliff, un Haneke "light", porti tutto alle estreme conseguenze consegnando al piccolo e fenomenale Jacob Kogan le chiavi di questo thriller psicologico, pescando a piene mani nella cine-tradizione dei bimbi diabolici (da Rosemary's Baby a Il presagio), accennando persino a La corazzata Potemkin.La regia è come il piccolo protagonista: fredda, raffinata, stilisticamente perfetta e senza virtuosismi, gli attori sono pedine mosse per dare scacco matto allo spettatore, che uscirà con scomode domande esistenziali sui capi saldi della propria vita: Dio (la nonna born again è da antologia) e famiglia (bastano i legami di sangue per amarsi?). Da vedere col proprio psicanalista.