12 personaggi, 12 verità: è questo l'incipit della sinossi -parola di press-book - di
12 del regista russo
Nikita Mikhalkov, in concorso all'ultima Mostra di Venezia, dove il fratello di
Andrei Konchalovsky aveva vinto un Leone d'Oro nel 1991 con
Urga - Territorio d'amore. 12 verità per 12 personaggi, e fin qui concordiamo: a mancare è la tredicesima, quella del film. L'operazione di Mikhalkov il volpone è furba come poche: prendere La parola ai giurati, celebre film di
Sidney Lumet, Orso d'Oro a Berlino nel 1957 e tre nominations agli Oscar, e farne il remake, calato nell'hic et nunc russo, che oggi soprattutto agli occhi internazionali significa Cecenia - postscriptum: per carità di patria (russa), non chiedete ad
Aleksandr Sokurov un'opinione sul collega.... Non che Mihalkov fosse digiuno dell'originale di Lumet: all'Istituto Teatrale Schukin di Mosca aveva messo in scena il testo di
Reginald Rose, a cui lo stesso regista americano si era ispirato. Là il cast era di prim'ordine, solo qualche spanna sotto l'inarrivabile
Henry Fonda, qui non è da meno, con 12 ottimi interpreti, forse a tratti sopra le righe. Della compagine è lo stesso Mikhalkov, incline per tradizione al cammeo più o meno dilatato, che qui se ne sta buono per gran parte del film, salvo ritagliarsi un finale auto-celebrativo quanto irritante. Non è la claustrofobia della palestra in cui sono riuniti i giurati a rendere indigesta la visione, bensì la logica sottostante all'operazione: basarsi sulla solidità drammaturgica dell'originale, riprodurla complice la bravura degli interpreti, e inserirvi - anzi, accostarvi/sovrapporvi - il dramma ceceno, con una soluzione paternalistica, che esalta rettitudine e generosità dei russi, in primis il "salvatore" Mikhalkov, che si prenderà cura del giovane ceceno ingiustamente accusato. Una visione "buonista" atta all'esportazione, gli spettatori non cadano nel tranello. Sulla Cecenia si veda piuttosto il recente e sublime
Alexandra di Sokurov, tutto il resto è furbizia.