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Recensione

12 Giu 2008

Noi due sconosciuti

a cura di Cinematografo.it

L'esordio hollywoodiano di Susanne Bier: incerto dramma della perdita, con un ottimo Del Toro


"Accetta quello che c'è di buono". Questa la frase che Brian (Duchovny) era solito ripetere alla moglie (Berry) per provare a sollevarla nei momenti di sconforto. Ora che lui non c'è più, ucciso da uno sconosciuto per strada, Audrey è costretta a tirare su i due piccoli figli da sola. A meno che, superando l'atavico odio che nutre per Jerry (Del Toro) - amico d'infanzia del marito, eroinomane che disperatamente cerca un varco per il recupero, mai abbandonato da Brian - non decida di farsi dare una mano proprio da lui. Gli offre ospitalità nel garage sgombrato di tutto a causa di un incendio e lui, con naturalezza, diventa una sorta di sostituto-padre e amico per i due bambini. Ma è un equilibrio destinato a durare poco. Accettando quello che c'è di buono, Things We Lost in the Fire (in Italia con il fuorviante titolo Noi due sconosciuti) dovrebbe essere ricordato per l'ennesima, indelebile performance di un Benicio Del Toro esageratamente bravo, ai limiti del fastidioso, in una delle rappresentazioni fisicamente più sconvolgenti degli ultimi tempi: la "scimmia" che ne condiziona espressioni, tremori e astinenze è forse l'aspetto più riuscito di un film - esordio hollywoodiano (prodotto da Sam Mendes) dell'apprezzata regista danese Susanne Bier, in corsa alla passata edizione degli Oscar con Dopo il matrimonio - che paga terribilmente l'ormai abusato "metodo Arriaga" nei primi quaranta minuti della sceneggiatura firmata Allan Loeb e una prevedibilità negli sviluppi (fortunatamente non amorosi) tale da non giustificare le due ore di racconto. Halle Berry è chiamata al ruolo più difficile, madre-moglie disperata in bilico perenne sul filo dell'esagerazione, Duchovny un'ombra che rivive grazie ai flashback e al ricordo delle persone che, ricambiato, amava. Macchina a mano, esasperazione nei dettagli (gli occhi, le mani, l'anello nuziale), montaggio della "solita" Pernille Bech Christensen, più le musiche di Santaolalla, per una confezione che non stravolge l'estetica abituale della Bier ma che, evidentemente, soffre in sottopelle il peso della grande produzione alle spalle.

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