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Recensione

09 Giu 2008

L'anno in cui i miei genitori

a cura di Cinematografo.it

Il regista brasiliano filtra le contraddizioni del suo paese attraverso lo sguardo di un 12enne


Vincere o morire. Mai tradire. Così nel 1970 in un Brasile a doppio binario ma dall'unica e sacra norma. Tanto valida contro la dittatura quanto sul campo di calcio, dove "a tutti è concesso sbagliare tranne al portiere". Perché, appunto, il suo fallimento allude a un tradimento. Inequivocabile, il messaggio è il perno del secondo lungometraggio di Cao Hamburger, 44enne ebreo di San Paolo, che filtra le contraddizioni del suo Paese attraverso lo sguardo del 12enne Mauro. Grandi occhi blu, intelletto vivace e ovvia passione per il calcio, il bimbo (Michel Joealsas) è l'assoluto protagonista de L'anno che i miei genitori andarono in vacanza, commedia dalla mano lievissima su sfondo di piombo. Perché la "vacanza" del titolo è solo la scusa di mamma e papà per giustificare al pargolo una desaparecida coatta, aderendo i due al movimento comunista anti golpe. Parcheggiato all'uscio di casa del nonno paterno – che nel frattempo è morto a insaputa di tutti – Mauro trascorre nella dimora dell'anziano integralista Shlomo, amico del defunto, l'attesa del ritorno dei suoi, promessa in coincidenza con la finale dei Mondiali: proprio quella in cui la Seleção di Pelè bastonò gli Azzurri per 4 a 1. Applaudito a Berlino e candidato brasiliano agli ultimi Oscar, il film mantiene le premesse del buon soggetto originale, quadro tragi-comico del Paese che meglio di ogni altro sa conciliare gli opposti. Irresistibili i siparietti degli "scugnizzi" do Brasil, mai banale il contrappunto tra mondi paralleli, seppur i tormenti della dittatura militare del ventennio '64- '84 siano appena sfumati mentre le gioie dei trionfi calcistici più marcati. E non poteva che essere così: il racconto di un bambino che attende un padre sempre in ritardo. "La mamma mi ha detto che sono un esiliato e io ho capito che gli esiliati sono quelli i cui padri sono sempre terribilmente in ritardo, tanto da non tornare più". Dalla scuderia del talent scout Fernando Meirelles (socio e produttore di Hamburger), ecco un cinema di sfumature che esce dalle favelas ma non dalla realtà.

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