Da
Non aprite quella porta in poi l’horror ad Hollywood è stato tutto un remake. Pure il fenomeno
Saw, "rifatto" da
Hostel nelle sue componenti di puro sadismo hard-gore, ha ceduto con i successivi episodi alla deriva "da riciclo". Un’ipotesi di asfissia ideativa che
The Hitcher di
Meyers, dal cult-movie di Harmon, conferma. Lo script (nuovamente di
Eric Red) è semplicissimo: una giovane coppia sta attraversando il deserto californiano quando s’imbatte in un autostoppista psicopatico che uccide tutti quelli che incontra. Oltre ad arrivare 22 anni dopo, quando nessuno più dà passaggi agli sconosciuti, sono pochi ma significativi gli elementi di contrasto tra archetipo e copia. Come l’ingresso di
Sophia Bush accanto al protagonista maschile con disinnesco del sottotesto omoerotico. O la sostituzione del disturbante maniaco di
Rutger Hauer con questo terminator nichilista (mal) impersonato da
Sean Bean. La tensione del film dell’86 cede il passo a un grossolano dosaggio di shock, mentre la verosimiglianza viene "bucata" da una sceneggiatura stiracchiata e ridicola. Rimane l’assenza di spiegazioni. Ma tra il non voler dare risposte al pubblico e il non avere nulla da dire c’è una grossa differenza.