Recensione
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08 Mag 2008
Mongol
Intimo e approfondito ritratto di Gengis Khan: l'epica emerge anche dal gioco di luci e da belle scene di guerra
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Gengis Khan. Il solo nome incute terrore, il condottiero che come pochi altri ha coltivato il folle sogno di conquista totale, grazie al proprio coraggio, alla propria ambizione e a una discreta ferocia. Del carismatico e sanguinario idolo dei Mongoli, che sognava la sua lingua parlata ovunque e si inteneriva alla sola pronuncia della parola "pane", ci è sempre arrivata una leggenda terribile e crudele. Sergej Bodrov, cineasta di spessore e talento, ce ne offre un ritratto più intimo e approfondito. Lo scopriamo quando il suo nome è ancora Temudjin, bambino orfano (il padre gli muore, avvelenato, tra le braccia) costretto a umiliazioni e soprusi. Forte, visionario, impavido cresce intrecciando la sua storia con Jamukha, fratello e nemico di sangue. Tra duetti intensi e duelli virili tra il bravissimo Tadanobu Asano e l’ottima "spalla" Honglei Sun, si snoda la storia delle selvagge terre mongole del XII secolo. Viviamo prove e imprese di una vita di sofferenze, di battaglie ma anche di amore: la compagna e consigliera Borte (Khulan Chuluun, che fascino) è un'Elena di Troia in cui lui trova la forza (e all’inizio anche la ragione) per combattere. Bodrov, tra i registi russi più "ibridi" (il suo stile è molto occidentalizzato), sa essere intimista ed epico grazie a giochi di luci e un digitale eccelso, soprattutto nelle belle scene di guerra. È grazie a lui che Gengis Khan ha conquistato persino Roma. O almeno la sua Festa del Cinema 2007.