SCHEDA FILM

VAJONT

Anno: 2001 Durata: 115 Origine: FRANCIA Colore: B/N

Genere:DRAMMATICO, POLITICO

Regia:-

Specifiche tecniche:-

Tratto da:BASATO SU UN FATTO REALMENTE ACCADUTO E SULL'ISTRUTTORIA E LE SENTENZE CHE LO HANNO SEGUITO.

Produzione:MARTINELLI FILM COMPANY INTERNATIONAL - RAI CINEMA SPA, SDP - CANAL + - COMUNE DI VAJONT

Distribuzione:01 DISTRIBUTION; DVD DISTR. DNC. ( 2002).

TRAMA

TRAMA BREVE- Il 9 ottobre 1963 alle ore 22.39 dal monte Toc - che in dialetto friulano vuol dire "marcio, friabile" - si staccano 260 milioni di metri cubi di roccia che si riversano nel lago artificiale formato dalla diga ad alta curvatura più alta del mondo. Progettata dall'ing. Semenza, la diga sul torrente Vajont, alta 263 metri, tra le montagne a nord di Belluno, doveva portare l'elettricità in tutte le case italiane. La giornalista dell'Unità Tina Merlin per anni, sulle pagine locali, aveva denunciato i pericoli, le omissioni e i silenzi, ma pur di vendere gli impianti all'Enel si minimizza e si preferisce credere all'anziano geologo Giorgio Dal Piaz piuttosto che al più giovane Edoardo Semenza, figlio del progettista della diga. Nessuno comunque era arrivato ad immaginare che la frana avrebbe formato un'onda alta 250 metri e che 50 milioni di metri cubi di acqua avrebbero formato un gigantesco fungo liquido che piombando sulla valle avrebbe spazzato via tutti i paesi sottostanti provocando la morte di 2000 persone. Non si tratta quindi di un film su una fatalità, una catastrofe ecologica ma di un film sul potere e sull'uso di esso da parte di chi lo detiene. TRAMA LUNGA - 1959. Nella gola del Vajont si sta costruendo quella che sarà la diga più alta del mondo: 263 metri. Tutti sono convinti che la diga, che ha creato lavoro, porterà turismo e denaro per la presenza del lago artificiale. Quando i dirigenti della società costruttrice scoprono sul fianco del monte Toc una terribile spaccatura, una massa enorme di terreno che potrebbe franare nel lago, decidono di non dire niente e andare avanti. Il geometra Olmo, entusiasta della costruzione, si è fidanzato con Ancilla, una giovane di Longarone e ora, terminata la diga, come tanti altri, deve cambiare casa. Il 4 novembre 1960 un primo pezzo di montagna frana nel lago, sollevando un'onda tremenda. Seguono frenetici consulti tra la società e gli esperti, ma ancora una volta i risultati vengono tenuti segreti. Occorre infatti arrivare al collaudo per poter ottenere i contributi governativi e vendere la diga allo Stato. Invano la giornalista Tina Merlin denuncia che il monte Toc rischia di franare nel lago stesso, provocando una strage. Anche Ancilla, che ha sposato Olmo, cerca di convincerlo a lasciare Longarone. Tutto risulta inutile. Quando, nel settembre 1963, uno scossone provoca un terremoto, i dirigenti della società, impauriti, decidono di procedere allo svuotamento del lago. Troppo tardi. Il 9 ottobre 1963 milioni di metri cubi di montagna scivolano nell'acqua e sollevano un'onda alta 250 metri che devasta la valle e tutti i paesi fino a Longarone. Sono duemila le vittime accertate.

CRITICA

"La tragedia del Vajont fra denuncia, soap opera, spot. Va bene rinfrescare la memoria, rievocare la rete di omissioni, menzogna e intrecci fra affari e politica che portò alla catastrofe. Ma perché utilizzare cliché così logori, tecniche così rutilanti, sentimenti così ovvi e improbabili? Renzo Martinelli, già regista in 'Porzus', odia i mezzi toni. Il problema è che loro, cordialmente, ricambiano". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 19 ottobre 2001) "Renzo Martinelli, già autore di 'Porzus', regista, produttore, sceneggiatore, operatore di macchina del film, ricostruisce la vicenda di oltre trent'anni fa indulgendo alla retorica e senza arrivare alla forza tragica de 'Il racconto del Vajont', il monologo di Marco Paolini diretto con grande successo da Gabriele Vacis, né all'eloquenza cronistica di 'Forza Italia', il film montaggio del 1978 diretto da Roberto Faenza. Apparizioni di eccellenti attori francesi nelle parti più odiose dei dirigenti della società elettrica, brava Laura Morante". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 19 ottobre 2001)

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