SCHEDA FILM

UNA NOTTE A BENGALI

Anno: 1988 Durata: 115 Origine: FRANCIA Colore: C

Genere:DRAMMATICO

Regia:-

Specifiche tecniche:SCOPE

Tratto da:DAL ROMANZO "MAYTREYI" DI MIRCEA ELIADE

Produzione:FPC PRODUCTIONS FILMS A2/PHILIPPE DIAZ

Distribuzione:LUCAS FILM (1990) - COLUMBIA TRISTAR HOME VIDEO

TRAMA

A Calcutta nel 1930 Allan, un giovane ingegnere europeo curioso dell'India e dei suoi misteri, viene assunto nell'impresa del ricco e attempato bramino Narendra Sen, il quale gli affida ad Assam l'ispezione dei terrapieni e dei ponti lungo una linea ferroviaria. Contratta la malaria a causa del clima umido e caldo, le zanzare e le piogge incessanti, viene ricoverato d'urgenza in un ospedale di Shillong, e di qui trasferito a Calcutta, per interessamento del suo datore di lavoro. Appena si riprende, Narendra Sen lo invita, con viva sorpresa del giovane, a trascorrere la convalescenza nella propria confortevole abitazione, dopo di che gli affida - per trattenerlo - l'incarico evidentemente pretestuoso di curare un catalogo della propria ricca biblioteca, e, in seguito, di impartire lezioni di francese alla figlia sedicenne Gayatri. In realtà Narendra si propone di adottarlo, per colmare il desiderio di un figlio maschio. Per questo lo incoraggia a sentirsi a casa e lo tratta come un figlio, sperando di farne un fratellino per Gayatri e la sorellina Lila e dargli per madre la giovane e bellissima moglie Indira. Ma il giovane si innamora di Gayatri, infrangendo senza avvedersene i complicati codici della casta e cacciandosi in un inestricabile labirinto di emozioni che lo condurranno ad essere cacciato dalla casa del suo ospite.

CRITICA

"L'Oriente non è roseo per chi è assetato di nuovi fremiti spirituali. Sugli schermi, oggigiorno, funziona - e chissà perché - la lontana e misteriosa India. Laggiù, in quelle terre inespugnabili al pensiero occidentale, giovani europei perdono le tracce di se stessi, respirano l'ebbrezza di estatiche cosmogonìe, si lasciano cullare da filosofie seducenti. Si è smarrito, consumandosi in un lungo vagabondaggio,- inseguito dai fantasmi di Pessoa e di Conrad, l'oscuro protagonista di Notturno indiano di Alain Corneau e Antonio Tabucchi. Vacilla, barcolla, precipita dentro di sé, il povero Allan, 27enne ingegnere francese svogliatamente capitato a Calcutta per progettare ponti e sbarramenti e la cui irresponsabile ragione sembrava incorruttibile. Lucien (John Hurt), suo buon amico e reporter di Life, di passaggio in India, lo scova anzi sui gradini della pensione nella quale soggiorna, in imbarazzante stato di ubriachezza. Nulla di più fisico e materiale che una solenne bevuta per stigmatizzare un'esistenza bohèmienne e un tantino dispersiva: l'immagine stessa dell'Occidente decaduto. (...) 'Una notte a Bengali' ed è proprio quasi sempre buio nel film - promette molto più di quanto in realtà mantenga. Tratto da un romanzo di Mercea Eliade, il film nelle mani di Nicolas Klotz si addensa sì di atmosfere ma più spesso svagate che impalpabili. Anche la promettente dose di eros all'orientale, promessa dai lanci pubblicitari, si smorza, strada facendo." (Fabio Bo, 'Il Messaggero', 7 Febbraio 1990) "Diretto da Nicolas Klotz (cosceneggiatore del film assieme a Jean - Claude Carriére), 'Una notte a Bengali', stesso titolo del romanzo di Mircea Eliade, lo scrittore romeno vissuto a lungo in India, è una raffinata parabola, costruita con attenzione su impalpabili microeventi quotidiani, sul rapporto sempre frettoloso fra il subcontinente indiano e l'Occidente, la diversità dei principi morali e di comportamento, l'ancora impercettibile presenza della mentalità colonialistica. La dignità indiana suona come un rimprovero nei confronti del superficiale europeo: senza purtroppo nessuna possibilità di incontro." (Vittorio Spiga, 'Il Resto del Carlino', 13 Febbraio 1990) "'Una notte a Bengali' (ma forse sarebbe più esatto dire 'Una notte bengalese' oppure 'Una notte in Bengali', essendo, sì, Calcutta un luogo preciso, ma il Bengala o Bengali una delle lingue e una delle regioni, probabilmente la più evoluta, che compongono la multipla entità geografica indiana) vanta freschezza e vivacità nel delineare in Gayatri una sorta di Natasha (da Tolstoi 'Guerra e Pace') bengalese. A fuoco anche la grande famiglia indiana che il comfort capitalistico fondato sull'impresa edilizia isola dalla Calcutta della dea Kali e reclude in un tradizionale paradiso carico di divinità presieduto dall'austera effigie del poeta Rabindranah Tagore. Assai più convenzionale l'ambiente dei bianchi insabbiati. Un po' diluito l'approccio narrativo. Qualche sospetto come dicono i francesi, di mélò." (Sergio Frosali, 'La Nazione', 4 Febbraio 1990)

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