Un castello in Italia2013

SCHEDA FILM

Un castello in Italia

Anno: 2013 Durata: 104 Origine: FRANCIA Colore: C

Genere:COMMEDIA, DRAMMATICO

Regia:Valeria Bruni Tedeschi

Specifiche tecniche:DCP (1:1.85)

Tratto da:-

Produzione:SBS PRODUCTIONS, IN COPRODUZIONE CON ARTE FRANCE CINEMA, DELTA CINEMA, CON LA PARTECIPAZIONE DI CANAL+, CINE+, ARTE FRANCE, CENTRE NATIONAL DU CINEMA ET DE L'IMAGE ANIMEE

Distribuzione:TEODORA FILM

ATTORI

Valeria Bruni Tedeschi nel ruolo di Louise
Louis Garrel nel ruolo di Nathan
Filippo Timi nel ruolo di Ludovic
Marisa Borini nel ruolo di La madre
Xavier Beauvois nel ruolo di Serge
Céline Salette nel ruolo di Jeanne
André Wilms nel ruolo di Padre di Nathan
Marie Rivière nel ruolo di Madre di Nathan
Gérard Falce nel ruolo di Gérard
Pippo Delbono nel ruolo di Sacerdote
Silvio Orlando nel ruolo di Sindaco
Alexandre Styker
Aurélia Petit
 

SCENOGRAFIA

Duplay, Emmanuelle
 

TRAMA

Storia di Louise - che dopo l'incontro con Nathan, si permette di sognare ancora -, di suo fratello malato Ludovic e della loro madre. Il destino di una grande famiglia della borghesia industriale italiana, impegnata ad affrontare la fine di un'epoca, la disgregazione e un amore che è solo all'inizio.

CRITICA

"Terzo film come regista per Valeria Bruni Tedeschi, dopo 'È più facile per un cammello' (2003) e 'Attrici' (2007). Questa volta si è scritta un testo molto complesso e anche molto affollato tanto che la vicenda non è riuscita a svolgerla sempre in modo lineare, sia pure non perdendo mai le conseguenze logiche. Procede con due storie che, anche se distinte, hanno modo spesso di ricongiungersi fra loro. Da una parte una famiglia italiana trapiantata in Francia che, ridotta quasi in miseria dopo la morte del padre, si vede costretta con dolore a mettere in vendita il castello avito posseduto in Piemonte. Dall'altra l'amore di una figlia, Louise, per Nathan, un ragazzo francese che con ogni mezzo l'ha convinta a corrispondergli. (...) In mezzo, dei precisi riferimenti autobiografici perché il castello, con preziosi dipinti all'interno è - anche come riprese - quello stesso venduto a suo tempo dai Bruni Tedeschi; la madre la interpreta, con accenti intensissimi, la signora Marina Borini che è la madre nella vita della regista; il ragazzo al centro della storia d'amore è recitato dall'attore francese Louis Garrel, con il quale la regista ha avuto una relazione. Tutte queste indicazioni si fondono in un racconto che cerca di renderle omogenee e in equilibrio fra loro. Non ogni volta, tuttavia, i modi di rappresentazione le dominano per intero. I confronti all'inizio difficili fra Louise e Nathan, con quell'amore prima respinto poi fortemente assecondato, funzionano, anche se non sempre le psicologie dei due personaggi risultano chiare e convincenti. Funziona anche, con misurate emozioni, la vicenda del castello messo in vendita, sulla linea, ci vien detto, del 'Giardino dei ciliegi' cechoviano. Vi stona in mezzo però l'alternarsi di un linguaggio ora drammatico ora con spunti quasi comici, se non addirittura farseschi, quando Louise, che vuole un figlio a tutti i costi, tenta con furia di sedersi, in una chiesa in Campania, su una poltrona cui la voce popolare attribuisce il potere della fertilità. Comunque, a parte le presenze poco giustificate di varie figure di secondo piano, il film nel suo complesso ha valori di struttura e qua e là anche di stile. Li sostiene una interpretazione in tutti molto solida. La regista, nel personaggio di Louise, dà il meglio di sé e così Filippo Timi, nelle vesti del fratello. Naturalmente anche Garrel in quelle dell'amante: per esperienza personale." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo - Roma', 30 ottobre 2013) "Valeria Bruni Tedeschi, brava attrice regista al terzo film, racconta qualcosa che sembra contromano, il destino borghese di un'aristocrazia perduta e un giro impazzito di affetti familiari in libera uscita per problemi di soldi. Tutti la catalogano come autobiografia, ma l'autrice protesta perché alla scrittura hanno collaborato con la loro vita due amiche, Agnès De Sacy e Noèmie Lavosky. La storia è in bilico, ma non casca mai, fra voglia di ridere e di piangere, il miscuglio grottesco e vitale che smuove le classi sociali più immobili: è sempre più facile per un cammello... diceva l'opera prima. Come Nanni Moretti, la Bruni Tedeschi usa stabilmente Marisa Borini, sua vera madre brava nel reinventare il ruolo di se stessa (ha pure suggerito il cameo di Omar Sharif). (...) La disgregazione non riguarda solo la sua vita, ma fa parte di un mondo più vasto, la borghesia aristocratica post proustiana, che entra in collisione con i disvalori di oggi, la crisi, e si protegge con l'ironia e il disincanto di una commedia sofisticata, senza prendersi sul serio fino in fondo. 'Un castello in Italia' fa un poco il verso ai grandi drammi di decadenza, da 'Come le foglie' di Giocosa al 'Giardino' di Cecov, trovando modo anche di inserire, nel diario di questa donna quasi sola, parentesi divertenti sulla Madonna della fertilità e l'inseminazione. Alla fine vince una sana malinconia che non è solo un destino ma un modo di guardare il mondo. E dove il concetto allargato di famiglia aiuta a vincere le avversità, insomma una bella commedia ci salverà (...)." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 31 ottobre 2013) "Terzo capitolo dell'autobiografia fantastica di Valeria Bruni Tedeschi, dopo il delizioso 'È più facile per un cammello' e lo spigoloso 'Actrices' (mai uscito in Italia, che vergogna/1). Non diciamo 'autofiction' perché la regista-attrice rifiuta il termine, così serioso, e ha ragione. Infatti il riuscitissimo 'Un chateau en Italie' (neanche un coproduttore piccolo piccolo nel nostro paese, che vergogna/2) è una specie di commedia svitata, ma piena di cose tragiche, in cui la Bruni Tedeschi ripercorre brani della propria vita con un divertimento, una libertà di tono, un gusto per l'invenzione (di episodi, caratteri, situazioni), che sorprende e commuove. C'è una ex-ragazza e ex-attrice (lei stessa) che ricorda molto la vera Bruni Tedeschi, e come lei viene da una ricchissima famiglia italiana che morto il padre non ce la fa più a mantenere il castello in Piemonte. C'è un fratello adorato e malato, anzi morente, che non vuole cedere il castello e continua a sedurre tutti con i suoi modi eccentrici e eccessivi (un inatteso e intonatissimo Filippo Timi). C'è una madre apprensiva e irresponsabile, svanita e preoccupata, tirannica e adorabile (Marisa Borini, vera madre dell'autrice), che cerca come può, dunque malissimo, di governare questo caos, ma ogni tanto si mette al pianoforte rallegrando la casa e il film. E poi ci sono un attore figlio d'arte ma roso dai dubbi, troppo giovane ma pieno di slanci, tanto da sedurre la riottosa Bruni Tedeschi che però vorrebbe un figlio a tutti i costi (Louis Garrel, vero ex della protagonista); quadri che vanno all'asta; vecchi amici che dicono verità terribili; incontri assurdi e esilaranti; situazioni imbarazzanti e rivelatrici. Si ride, si piange, si pensa, battendo il tempo al ritmo di un film che segue sempre il cuore dei suoi personaggi anche e forse soprattutto dove meno te lo aspetti. Dunque da non perdere." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 31 ottobre 2013) "Per Valeria Bruni Tedeschi, 'Un castello in Italia' - magione di famiglia la cui vendita, come nel cechoviano 'Giardino dei ciliegi', assumerà simbolica valenza - è la terza prova di regia e certamente la più risolta: pur giocando di nuovo sul filo dell'autobiografia, l'autrice è riuscita stavolta a evitare la trappola del narcisismo e a calibrare i toni dolci-amari. (...) Pur non possedendo una gran vis comica, la Bruni Tedeschi trova qui la misura cacciandosi con nevrotica disperazione in situazioni da cui, in contropiede, emerge buffa e divertente: inclusi certi bamboleggiamenti sottolineati con autoironia anche da Marisa Borini, sua madre nella vita e nella finzione. Quanto a Timi, sullo scivolo di una crepuscolare, dandistica e a tratti sulfurea malinconia il suo Ludovico è il vero fulcro del film." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 31 ottobre 2013) "Ironia e leggerezza sono le armi con cui Valeria Bruni Tedeschi affronta in 'Un castello in Italia' alcune vicende della sua aristocratica famiglia mescolate con 'Il giardino dei ciliegi' di Cechov confermando con questo suo terzo film di possedere uno stile molto personale." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 31 ottobre 2013) "Valeria Bruni Tedeschi, sorella di Carla, continua a raccontarsi, con un nevrotico narcisismo che ha un equivalente maschile solo in Nanni Moretti (molto più bravo comunque). Stavolta è di scena la giovinezza della Bruni Tedeschi, zeppa mica male di disgrazie (l'amore infelice per un attore, la morte del fratello di Aids). Spiacerà a chi non glie ne importa un tubo di Carla, figuriamoci della sorella che non essendo riuscita a sposare un presidente si rifà sugli spettatori, sfiancandoli a colpi di Amarcord. Pur non eccedendo in scene madri (anzi cercando di raccontare le disgrazie con leggerezza) Valeria continua a farsi i film addosso, ma l'unico pubblico che è riuscita ad agganciare è quello dei radical chic di Cannes (ma il resto del mondo come fa a commuoversi per una poverina che in Italia viveva in un castello e in Francia in un super attico agli Champs Elysees?)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 31 ottobre 2013) "L'attrice italo-francese Valeria Bruni Tedeschi ha intrapreso da tempo la strada della regia e questo 'Un castello in Italia' è il suo terzo lungometraggio. Passare dietro la macchina da presa ha voluto significare per la Bruni Tedeschi un affondo nella sua storia famigliare tanto da poter considerare i suoi film capitoli progressivi di un ritratto intimo ed emozionale. Ora, quello che abbiamo sempre apprezzato del suo cinema è la capacità di raccontare un ambiente, quello alto borghese e imprenditoriale, senza infingimenti e con una dose preziosa di crudeltà ed ironia. Sembra, ed è, un racconto dal di dentro e questa prospettiva dona ai suoi film un'audacia e una verità rare. Non solo. La Bruni Tedeschi ha dimostrato, quando recita nei suoi stessi film, una bravura non sempre confermata quando attrice per altri registi. Il suo modo e il suo piglio sono particolari, e non tutti i ruoli le si addicono. Eppure, forse ben conoscendo la materia dei suoi sogni (o incubi), quando mette mano alla sua storia e alla sua stessa persona la recitazione la sostiene e i «tic» altrove insopportabili qui diventano altro, un codice per entrare in contatto con quel suo mondo. (...) Nel cast Filippo Timi nella parte del fratello malato di Aids e Louis Garrel nella parte del suo fidanzato, come nella vita lo è stato. Vero e finzionale si intrecciano in un ritratto spietato e ironico." (Dario Zonta, 'L'Unità', 31 ottobre 2013)

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