SCHEDA FILM

Traffic

Anno: 2000 Durata: 147 Origine: USA Colore: C

Genere:COMMEDIA

Regia:-

Specifiche tecniche:-

Tratto da:DALLA MINISERIE "TRAFFIK" DI SIMON MOORE

Produzione:BEDFORD FALLS PRODUCTIONS - INITIAL ENTERTAINMENT GROUP - USA FILMS

Distribuzione:COLUMBIA TRISTAR FILMS ITALIA

TRAMA

In Messico Javier Rodriguez è un poliziotto che lavora al confine con la California. Insieme al collega Sanchez, si trova coinvolto nella corruzione, malgrado gli sforzi per non essere invischiato. Negli Stati Uniti, Robert Wakefield è nominato dal Presidente capo anti-droga alla Suprema Corte di Giustizia nello Stato dell'Hohio. Wakefield dà inizio ad una supervisione delle task force del Paese e comincia a collaborare con le autorità messicane. Nel frattempo deve affrontare nella vita privata, la difficile situazione della figlia Carolina che scopre tossicodipendente. A San Diego due agenti segreti della DEA (Drug Enforcement Agency), aiutano il governo americano a costruire il caso contro il cartello di sfida sulla droga dell'Oregon, grazie alle rivelazioni del pentito trafficante Eduardo Ruiz che testimonia contro un potente del mondo della droga, Carlos Ayala. Carlos viene arrestato e la moglie Helena, che aspetta un bambino ed è ignara di tutto, scappa per salvare lei e i suoi figli dai compagni del marito che la minacciano, e dagli agenti segreti della DEA. Grazie ad un avvocato, Helena riesce a restare al sicuro e si ripromette di tirare fuori il marito anche se questo vuol dire entrare nel business del marito. TRAMA LUNGA Il poliziotto Javier è al lavoro con il collega Manolo lungo la frontiera messicana. Entrambi sono agli ordini dal generale Salazar, al quale è affidata in Messico la guida della lotta al narcotraffico. Presso la corte suprema dell'Ohio intanto il giudice Robert Wakefield viene nominato nuovo capo della sezione antidroga. A San Diego, in California, gli agenti speciali Gordon e Castro riescono ad incastrare Carlos Ayala, grande boss della droga, e a portarlo in carcere. Helena, la moglie incinta di Carlos, non sapeva niente e stenta a dare credito alle notizie sui traffici del marito. Tutto preso dai viaggi e dal suo importante ruolo, Robert non vuole dare all'inizio importanza a qualche sospetto nei riguardi della figlia Carolyne. Solo più tardi, di fronte alle insistenze della moglie e dopo aver seguito di persona la ragazza, capisce che è dedita regolarmente all'assunzione di stupefacenti. Messa in una clinica di recupero, Carolyne scappa. Mentre Helena cerca di riorganizzarsi e di prendere in mano la situazione, organizzando alcune vendette, Robert in Messico incontra Salazar. Dopo l'uccisione di Manolo, Helena cerca di far eliminare Eduardo, testimone chiave contro il marito. La sorveglianza cui è sottoposto non basta. Dopo l'arresto di Salazar, che era in combutta con i trafficanti, Eduardo muore avvelenato. Carlos viene assolto e torna a casa. Robert può tornare ad occuparsi della figlia. Partecipa con lei ad una riunione di gruppo, e dice che da quel momento il rapporto con la figlia non sarà più come prima.

CRITICA

"Forte di un cast ricchissimo, Soderbergh lavora molto bene su tavoli diversi: l'action-movie, il dramma familiare, il film giudiziario. Per colmo di eleganza, colora con dominanti cromatiche differenti i diversi gruppi di sequenze: giallo per il Messico, blu mentre segue il calvario del giudice". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 9 febbraio 2001). "In due ore e 20' il regista Soderberg imbastisce il corrispettivo di 4 film che faticano a intrecciarsi: oltre al dramma del protagonista, c'è l'odissea dell'onesto poliziotto Benicio del Toro imbrogliato da un generale messicano doppiogiochista, c'è il valore sfortunato di due bravi agenti per proteggere un testimone chiave, c'è la cinica scelta della Zeta-Jones (...) Soderberg predilige lo stile finto sbadato, con molte riprese a mano; ma lo spettacolo c'è, nutrito di componenti che potrebbero qualificarlo nelle imminenti nomination per gli Oscar". (Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera', 9 febbraio 2001). "Audace nell'uso di un linguaggio a tratti documentario, mai banale, con ampie escursioni nell'elettronica, il film di Soderberg è un bell'esempio di realismo sociale hollywoodiano, genere raro, rischioso e fuori moda. La morale poi è esemplarmente chiara. La battaglia contro la droga è una bella bandiera di una guerra inevitabile da cui per altro nessuno esce pulito ma il cancro è dietro casa. Lo si voglia o no i consumatori stanno tra di noi. Con un po' di coraggio da parte dei colleghi 'Traffic' potrebbe andare incontro anche a qualche Oscar". (Andrea Martini, 'Il giorno', 9 febbraio 2001) "'Traffic' colpisce a fondo perché fa suo il funzionamento a spirale della droga. Ogni personaggio scende sempre più in basso: la ragazza costretta a prostituirsi, il padre che si avventura in quartieri malfamati per ritrovarla, il poliziotto incorruttibile che sopporta violenze e crudeltà per portare a termine la sua missione". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 9 marzo 2001) "Soderbergh non ha molta fiducia nella sua capacità di raccontare, se mette filtri diversi all'obiettivo per distinguere le tre vicende che compongono 'Traffic': non a caso il regista firma la fotografia con lo pseudonimo Peter Andrews. La parte sul Messico, dai colori polarizzanti, non è però piacevole da vedersi. Lo è ancor meno l'impressione di un posto dove nemmeno la luce è come si deve". (Maurizio Cabona, 'Il giornale', 9 marzo 2001) "Un film corale sul traffico di droga fra Stati Uniti e Messico (...) Film ben costruito: ma è difficile sopportare ancora il tema della droga". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 9 marzo 2001) "Utilizzando un piccolo esercito di star senza lasciarsi mai prendere la mano, Soderbergh lavora ugualmente bene su tavoli diversi, dall'action-movie al dramma familiare, dal poliziesco al film giudiziario. Racconta tutto con un montaggio serrato e si concede anche il lusso di dare al suo film un'originale cifra cromatica, colorando con dominanti diverse i diversi gruppi di sequenze: giallo per le desertiche calure messicane, blu per i quartieri metropolitani e per i palazzi del potere statunitensi". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 10 marzo 2001)

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