The Place2017

SCHEDA FILM

The Place

Anno: 2017 Durata: 105 Origine: ITALIA Colore: C

Genere:DRAMMATICO

Regia:Paolo Genovese

Specifiche tecniche:ARRI ALEXA XT PLUS, ARRIRAW (2.8K), 2K, DCP (1:2.35)

Tratto da:serie TV "The Booth at the End" creata da Christopher Kubasik

Produzione:MEDUSA FILM, MARCO BELARDI PER LOTUS PRODUCTION, UNA SOCIETÀ DI LEONE FILM GROUP

Distribuzione:MEDUSA

ATTORI

Valerio Mastandrea nel ruolo di L'Uomo
Marco Giallini nel ruolo di Ettore
Alba Rohrwaker nel ruolo di Suor Chiara
Vittoria Puccini nel ruolo di Azzurra
Rocco Papaleo nel ruolo di Odoacre
Silvio Muccino nel ruolo di Alex
Silvia d'Amico nel ruolo di Martina
Vinicio Marchioni nel ruolo di Gigi
Alessandro Borghi nel ruolo di Fulvio
Sabrina Ferilli nel ruolo di Angela
Giulia Lazzarini nel ruolo di Signora Marcella
 
 

MONTAGGIO

Catucci, Consuelo
 

SCENOGRAFIA

Balducci, Chiara

TRAMA

Un misterioso uomo siede sempre allo stesso tavolo di un ristorante, pronto a esaudire i più grandi desideri di otto visitatori, in cambio di compiti da svolgere. Quanto saranno disposti a spingersi oltre i protagonisti per realizzare i loro desideri?

CRITICA

"Il meccanismo è lo stesso di 'Perfetti sconosciuti': mettere in scena la scarsa moralità degli italiani, ieri puntando il dito sui rapporti di coppia e i segreti coniugali, oggi, nel nuovo 'The Place', mostrando fin dove si è disposti ad arrivare per ottenere il proprio scopo. (...) se i postulanti sono più o meno il campionario di un'umanità sofferente e disperata, è proprio il misterioso deus ex machina a non convincere: troppo indefinito per appassionare, troppo metaforico per interessare, troppo superficiale per essere credibile. E anche l'inevitabile colpo di scena finale assomiglia troppo a una gratuita trovata di sceneggiatura. Se è apprezzabile lo sforzo di abbandonare le strade più prevedibili della commedia di costume, manca però la forza esemplare di una messa in scena che sappia vivificare una serie di casi che sembrano scelti solo per far colpo sullo spettatore e che non riescono mai ad appassionare davvero per cancellare l'impressione di un tour de force studiato a tavolino." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 5 novembre 2017) "In casi consimili c'è sempre il rischio che il lettore voglia andare per le spicce: ti è piaciuto sì o no? Per rispetto a questa tutt'altro che spregevole esigenza ecco il parere per coloro che hanno fretta: «The Place» è un film da vedere perché costringe a sconfinare dai percorsi più usurati del cinema italiano congegnando una storia e una chiave narrativa avvincenti sia pure non del tutto riuscite. (...) il regista romano (...) non ha paura di proporre un'esperienza di non scontato gradimento, considerato che il film procede in bilico su una suspense irrazionale, ipnotica, scabrosa e in ogni caso disturbante (...). Un campionario di personaggi che non esitano a mostrare di quanto odio, solitudine, contorsioni mentali e paure estenuanti si nutra la nostra condizione di esseri sociali: Genovese punta forte, così, sul nugolo d'interpreti (spesso convincenti e credibili come Marchioni, Papaleo, Giallini) i cui patti di volta in volta stipulati col novello Mefistofele ne prevedono il soddisfacimento in cambio di prove non solo scellerate, quanto assurdamente gratuite. L'ambizione è senz'altro temeraria, perché non era facile mantenere l'attenzione a colpi di primi piani e fitti dialoghi condannati a un'unica ambientazione; ma forse proprio per questo la regia tende a ripiegare su se stessa appoggiandosi a un intreccio di situazioni che rendono lo spettatore via via più freddo rispetto alle vicende a causa della persistenza di una vaga retorica di fondo. Si capisce, certo, che Genovese vuole ipotizzare, in barba al determinismo buonista e ai tic del politicamente corretto, che possiamo sempre usufruire del libero arbitrio e che le «seconde soluzioni», ancorché più dolorose e impervie, possono risultare ben più nobili di quelle viscerali e perentorie. Ma il discorso sull'etica individuale, e i limiti più o meno invalicabili da porre agli impulsi primari, sembra conformarsi al «the end» in un gioco di specchi più abile che davvero provocatorio." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 9 novembre 2017) "II regista se la gioca a tutto campo: piuttosto che andare sul sicuro, tenta la carta della commedia drammatica metafisica. L'andirivieni delle richieste e dei fallimenti regge bene ma sino a un certo punto. Poi la sceneggiatura inizia a perdere qualche colpo: alcuni dialoghi vanno nel didascalico e spiegano cose già capite. Salva tutto (o quasi) il finale, imprevisto e sorprendente, in linea con i tempi a bassa intensità che viviamo. Nonostante le debolezze, il film di Genovese resta nella memoria. II rinnovamento di una certa idea di cinema popolare e d'autore passa anche attraverso 'The Place'. Magari non piacerà a tutti, eppure qualcosa vive. Ecco: se si fosse riuscito a stringere la materia e a iniettare qualche guizzo di cattiveria vera, ci saremmo trovati dinnanzi a un film meno gradevole ma forse più forte. Un film di transizione - quindi - nel percorso del regista. Ma che sembra puntare in direzioni interessanti." (Giona A. Nazzaro, 'Il Manifesto', 9 novembre 2017) "Ispirandosi alla serie tv 'The Booth at the End', Genovese mette in scena un metafisico girotondo che però si avvita su se stesso. Fra gli interpreti, trovano una dimensione interessante Mastandrea e Ferilli." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa, 9 novembre 2017) "Dovrebbe piacere perché Genovese si conferma ottimo sceneggiatore e gran direttore d'attori (tutti i «clienti» sono al loro meglio, i migliori Giallini e Marchionni). Ma toglietevi dalla testa l'idea di un'altra grande commedia all'italiana del calibro di 'Perfetti sconosciuti'. Non è una commedia come dicevamo e soprattutto non è italiana. L'idea Genovese l'ha ricavata da una serie Tv americana 'The Booth at the End. Serie d'élite (e difatti durata solo dieci puntate) per l'idea centrale e per l'impianto pesantemente teatrale (conservato pari pari da Genovese). La serie rimandava a certe pièce statunitensi degli anni 40 (l'«uomo» recitato da Xander Berkeley era un gemello malevolo del Joe de 'I giorni della vita' di William Saroyan). Il film di Genovese si rifà magari a certo Pirandello ai suoi personaggi in cerca d'autore, con un autore (Mastandrea) che non si sa chi è, da dove viene né come è stato contattato dai clienti (...). Ora Pirandello in cinema non ha mai funzionato. In ogni trasposizione i suoi personaggi rimanevano distantissimi dai comuni spettatori." (Giorgio Carbone, 'Libero', 9 novembre 2017) "E' chiaro l'intento di provocare lo spettatore, obbligarlo a riflettere sul tema di fondo. Rispetto a 'Perfetti sconosciuti', però, dopo l'iniziale curiosità, si finisce per non appassionarsi mai, fino in fondo, ai vari personaggi e alle loro vicende troppo «costruite» a tavolino per stupire come avrebbero dovuto, ottenendo l'effetto contrario (...). Insomma, un film che sembra esaurirsi dopo trenta minuti, come un episodio televisivo. Devastante, poi, non aver cercato di movimentare la didascalica sceneggiatura, portandola al di fuori di quel locale. Genovese resta, nel suo genere, il nostro miglior regista, ma questa volta ha sbagliato soggetto." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 9 novembre 2017)

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