Civilt? perduta2016

SCHEDA FILM

Civiltà perduta

Anno: 2016 Durata: 140 Origine: IRLANDA Colore: C

Genere:AVVENTURA, BIOGRAFICO

Regia:James Gray

Specifiche tecniche:4K, DCP

Tratto da:libro "Z. La città perduta" di David Grann (ed. Corbaccio)

Produzione:DEDE GARDNER, JEREMY KLEINER, ANTHONY KATAGAS, JAMES GRAY, DALE ARMIN JOHNSON PER KEEP YOUR HEAD, MICA ENTERTAINMENT, MADRIVER PICTURES, PLAN B ENTERTAINMENT, SIERRA/AFFINITY

Distribuzione:EAGLE PICTURES/LEONE FILM GROUP (2017)

ATTORI

Charlie Hunnam nel ruolo di Percy Fawcett
Robert Pattinson nel ruolo di Henry Costin
Sienna Miller nel ruolo di Nina Fawcett
Tom Holland nel ruolo di Jack Fawcett
Tom Holland (II) nel ruolo di Jack Fawcett
Angus Macfadyen nel ruolo di James Murray
Edward Ashley nel ruolo di Arthur Manley
Clive Francis nel ruolo di Sir John Scott Keltie
Ian McDiarmid nel ruolo di Sir Georgie Goldie
Franco Nero nel ruolo di Barone De Gondoriz
Pedro Coello nel ruolo di Tadjui
Matthew Sunderland nel ruolo di Dan
Johann Myers nel ruolo di Willis
Aleksandar Jovanovic nel ruolo di Urquhart
Elena Solovej nel ruolo di Madame Kumel
Murray Melvin nel ruolo di Lord James Bernard
Harry Melling nel ruolo di William Barclay
 

SOGGETTO

Grann, David
 

SCENEGGIATORE

Gray, James
 
 

SCENOGRAFIA

Puzos, Jean-Vincent
 

COSTUMISTA

Grande, Sonia

TRAMA

L'incredibile storia vera dell'esploratore britannico Percy Fawcett, che agli albori del XX secolo intraprese un avventuroso viaggio in Amazzonia imbattendosi nelle vestigia di un'antica e avanzata civiltà, fino a quel momento sconosciuta. Convinto di aver trovato i resti della misteriosa "Città di Z" e nonostante lo scetticismo della comunità scientifica, che considerava le popolazioni indigene come meri "selvaggi", l'ostinato Fawcett - sostenuto dalla devota moglie Nina, da suo figlio Jack e dal suo aiutante di campo Henry Costin - tornò più volte nella giungla brasiliana per dimostrare la veridicità delle sue ipotesi, fino a scomparire misteriosamente nel 1925.

CRITICA

"Se esistesse un premio al kolossal alla David Lean, lo vincerebbe James Gray per questa avventura geografica esistenziale ai confini del mondo (tra Brasile e Bolivia) per scoprire l'antico e forse immaginario El Dorado, la civiltà Z nella cui ricerca imbarcherà anche il figlio, dapprima ostile al paterno vitalismo national geographic. (...) Charlie Hunnam diventa un ossessivo come Fitzcarraldo e Aguirre ma con self control senza «sturm und drang» (si rimpiange quel po' di follia che latita) in un bel percorso narrativo anni 70, nelle penombre della magnifica fotografia di Khondji, confermando le virtù di Gray, regista che ama il gioco degli scacchi psicologico (...), rendendo mobile e nobile il personaggio della moglie, la brava Sienna Miller, che accetta le regole del viaggio e del mistero. E c'è spazio anche per una citazione felliniana dei 'Vitelloni'." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 22 giugno 2017) "Più che un 'adventurer' alla Indiana Jones, il film di Gray è la storia di un'ossessione; un po' dalle parti, per intendersi, di quelli che Klaus Kinski interpretava per Werner Herzog ('Aguirre furore di Dio', 'Fitzcarraldo'). Pur senza passare sotto silenzio il ruolo del colonialismo e l'arroganza britannica nei confronti dei 'selvaggi', il cineasta fa degli scenari geopolitici d'epoca essenzialmente lo sfondo dell'avventura personale di un idealista alla ricerca del Graal: ricerca, in sé, importante quanto se non più del ritrovamento stesso. Per Gray, in ogni caso, la missione è un successo. Le immagini, splendidamente fotografate da Darius Khondji, hanno un rilievo lirico e tragico che non siamo più abituati a vedere sullo schermo: prive di ogni ovvietà 'esotica', manifestano un'autentica passione per la natura rinunciando a tutti i ritocchi digitali cui gli ultimi film di Tarzan ci hanno assuefatti. Ammirevole il classicismo della regia, a proposito del quale non sarà sacrilego evocare il nome di David Lean (anche se il regista britannico avrebbe evitato alcune ellissi narrative un po' maldestre ). Trovare oggi un regista capace di mettere in scena un soggetto fuori-moda come le esplorazioni, dando al film una dimensione epica e immergendoti a tal punto nella storia che racconta, è una bella sorpresa. Se Gray manca di mettere la firma a un capolavoro del genere, il problema è un altro. Sono i personaggi, interessanti di per sé ma trattati con un certo distacco e con i quali lo spettatore non riesce mai a identificarsi del tutto. Sarebbe ingiusto farne una colpa a Charlie Hunnam (...), che magari non era a priori la scelta migliore però s'impegna volonterosamente. Né a Sienna Miller, la quale 'porta' bene il personaggio di una donna in anticipo sui tempi in cui vive. Però il migliore è Robert Pattinson, che si fa notare pur se in un ruolo secondario e nascosto dietro un barbone." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 22 giugno 2017) "Gray si addentra nell'Inghilterra del primo Novecento e nei meandri della giungla con una precisa scelta formale, focalizzandosi sulle ossessioni del protagonista impersonato da Charles Hunnam (...), pur tenendo in sottotono personaggi e sentimenti. Un film senz'altro raffinato e padroneggiato, ma come non avvertire l'assenza di quella densa nota di visceralità caratteristica del miglior Gray?" (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 22 giugno 2017) "Girato in sontuoso 35mm, con ritmi che ricordano quelli di David Lean e George Stevens, e un soggetto che rimanda alle imprese impossibili nelle giungle di Werner Herzog, Francis Coppola e Mel Gibson, 'Civiltà perduta' è il film più ambizioso e di largo respiro realizzato finora dal regista newyorkese James Gray, un affresco d'epoca, ambientato tra la Londra del primo novecento e le foreste dell'Amazzonia, più simile al recente 'The Immigrant' (anche quello, in un certo senso, la storia di un'avventuriero/a) che a melodrammi metropolitani come 'Little Odessa', 'The Yards' e 'Two Lovers'. Ma, in comune con tutta l'opera di Gray (ebreo di origine russa - identità spesso esplorata nei suoi film), 'Civiltà perduta' (...) ha l'interesse per l'incontro/scontro tra culture, e la volontà di lavorare sul cinema classico non in chiave citazionistica, post moderna, ma attingendo al suo linguaggio originale, con un particolare sensibilità per l'arco del romanzo. Un po' come i film da regista di John Milius, anche se con valori completamente diversi. Esibendo un vistoso disgusto per qualsiasi forma di razzismo, classismo, sessismo, colonialismo e abuso ambientale, 'Civiltà perduta' è infatti un film dai valori estremamente contemporanei, piuttosto anacronistici nell'Inghilterra di Arthur Conan Doyle, H. Rider Haggard e del loro amico Percy Harrison Fawcett, l'ufficiale, cartologo ed esploratore su cui si basa la storia, e un personaggio le cui gesta avrebbero ispirato, tra gli altri, eroi della fiction come Indiana Jones, il professor Challenger di Conan Doyle, e l'esploratore nascosto nella giungla del pixariano 'Up'. Sono quei valori, più che la promessa di una straordinaria conquista archeologica, che guidano ogni scelta del protagonista del film di Gray, tratto dall'omonimo libro di David Grann (2005), uno degli ultimi usciti sulle avventure, e la misteriosa fine, di Fawcett, che qui è interpretato con nobile aplomb dall'attore Charlie Hunnman (...)." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto' 22 giugno 2017) "È opera splendidamente inattuale, un film d'avventura come non se ne fanno più, che riscalda reminiscenze salgariane, ascendenze herzoghiane e ricorda a che cosa serva ancora oggi il cinema e in che cosa si differenzi dalla serialità. (...) Accurata la ricostruzione storica, viva l'emotività, buone le interpretazioni (su tutti la Miller, a Hunnam difetta l'ossessione), è cinema all'antica e insieme nuovissimo, maschio per davvero e buono senza buonismi, che celebra etica ed epica, famiglia e sortita, assolo e coralità. Non perdetelo." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 22 giugno 2017) "(...) raffinato adattamento del saggio storico 'Z. La città perduta' (...) è anche la perfetta metafora del modus operandi dello stesso Gray, ossessionato dal confronto con i maestri Coppola ed Herzog, protagonisti di mitici film nella giungla come (...) 'Aguirre' o 'Apocalypse Now' (1979). E dunque un cinema classico, girato in pellicola (quasi nessuno lo fa più) e con l'idea di voler rappresentare sofferenza e fatica dell'esploratore sperimentandole entrambe anche sulla propria pelle di cineasta. Brindiamo al carattere, come avrebbe detto Orson Welles." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 22 giugno 2017) "Piacerà innanzi tutto agli amatori di belle e coinvolgenti immagini. Darius Khondji, direttore della fotografia di molti film di James Gray, non s'è limitato a fare l'operatore turistico per le foreste brasiliane. Sapendo di dover raccontare un'ossessione, ha voluto fornire molte pezze giustificative per l'ossessione (Fawcett fu probabilmente un pazzo, però i luoghi in cui si perse erano un vero paradiso terrestre). Paradiso con molti pericoli, ovviamente. Dovunque vada qualsiasi film faccia Gray non dimentica di essere un regista hollywoodiano e quindi ci dà dentro con le scene da cardiopalma (il pezzo forte è l'attacco dei piranha). Curiosamente, forse inaspettatamente per lo stesso Gray, il film vira decisamente verso il target femminile. Le donne si sa nei film di avventure esotiche sono spesso presenza secondarie e al limite ingombranti. Se amano il loro avventuriero sono cretine sottomesse. Se non lo amano, il più delle volte mezze calzette indegne del loro grande compagno. Ma la mrs Fawcett di Sienna Miller s'impone, assurge specie nel finale a quasi protagonista. Fawcett, tutto sommato, tanto simpatico non è nemmeno a Gray. Ossessionato dalla grande avventura, trascura sistematicamente quella che in fondo è la vera impresa degli esseri umani, la vita delle persone care. Mentre Percy si immerge nelle sue foreste, è la sua signora che regge la botta che prosegue la storia dei Fawcet. Chiosa che piacerà al target di cui sopra: i grandi uomini possono sparire, le donne dei grandi uomini no." (Giorgio Carbone, 'Libero', 22 giugno 2017) "Tratto da una storia vera, il film racconta un'ossessione, un rincorrere i propri sogni, a scapito anche degli affetti più cari. Peccato che, dopo un buon inizio, la pellicola diventi verbosa e prolissa. Così noiosa da parodiare il titolo originale in 'The Lost City of Z'." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 22 giugno 2017) "Fatica, pericolo, cieca fiducia, l'ostilità mortale degli indigeni, la diplomazia dei doni, i tradimenti della ciurma, le immense foreste e i fiumi in panorama e al dettaglio di frecce e animali, esiste materia più cinematografica? Da un lato Gray (...) raffredda l'avventura cercando nella ricostruzione dei particolari una vera emozione del tempo fuori da semplificazioni di spettacolo, dall'altro ci tiene vicini al sogno di Fawcett, eroe dei limiti della conoscenza condannato a partenze verso il futuro. Risultati discontinui, perché è una combinazione difficile, sotto l'ala protettiva di Herzog e dell'amato Coppola, e per qualche fuga melodrammatica. Hunnam è un condottiero egotico quasi convincente." ('Nazione-Carlino-Giorno', 22 giugno 2017) "Ambizioso nella messa in scena e diretto con stile classico, il film riflette sul potere delle ossessioni, ma anche su conflitti di classe e quelli personali di un uomo alla disperata ricerca di riscatto sociale." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 15 febbraio 2017) "La regia piatta e la modestia degli interpreti rendono 'La città perduta di Z' noioso e ripetitivo: anche perché i viaggi di Fawcett in Amazzonia sono numerosi e i suoi ritorni a casa, dalla moglie scocciata e dalla figliolanza ogni volta più numerosa, trasformano il film in una estenuante coazione a ripetere." (Alberto Crespi, 'L'Unità, 17 febbraio 2017)

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