Signorinaeffe2007

SCHEDA FILM

Signorinaeffe

Anno: 2007 Durata: 95 Origine: ITALIA Colore: C

Genere:DRAMMATICO

Regia:Wilma Labate

Specifiche tecniche:35 MM

Tratto da:-

Produzione:DONATELLA BOTTI PER BIANCAFILM IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA

Distribuzione:01 DISTRIBUTION (2008)

ATTORI

Filippo Timi nel ruolo di Sergio
Valeria Solarino nel ruolo di Emma
Sabrina Impacciatore nel ruolo di Magda
Fausto Paravidino nel ruolo di Antonio
Clara Bindi nel ruolo di Nonna Martano
Gaetano Bruno nel ruolo di Peppino
Luca Cusani nel ruolo di Felice
Fabrizio Gifuni nel ruolo di Silvio
Giorgio Colangeli nel ruolo di Ciro
Marco Fubini nel ruolo di Angelo
Veronica Gentili nel ruolo di Cecilia
Luigi Lavagetto nel ruolo di Ing. Federico Ferri
Ulderico Pesce nel ruolo di Barista
Rosa Pianeta nel ruolo di Gianna
Franco Ravera nel ruolo di Carlo
Alessandra Vanzi nel ruolo di Prof.ssa Ferrero
 
 
 

SCENOGRAFIA

Cau, Gian Maria
 

COSTUMISTA

Taranta, Nicoletta

TRAMA

Torino, settembre 1980. Emma Martano, proveniente da una famiglia operaia di origine meridionale, ha davanti a sé un ottimo futuro: laureanda in matematica, ha già un impiego nel settore informatico della Fiat ed è in procinto di sposare Silvio, un suo collega dirigente, vedovo con una bambina. Tuttavia, l'ondata di scioperi e gli scontri tra la classe operaia e i dirigenti della Fiat per scongiurare il licenziamento di quindicimila dipendenti, porteranno Emma a vivere esperienze lavorative e sentimentali che le faranno mettere in discussione i suoi progetti per il futuro.

CRITICA

"E una strana storia 'non d'amore' 'Signorinaeffe', il film che Wilma Labate ha scritto e ideato con un gruppo di compagni (anche del movimento di allora, come Francesca Marciano e Domenico Starnone) perché lo sfondo emozionale non disperda la sostanza conoscitiva di un 'film operaio', quello che il resto del cinema italiano di solito nasconde con disinvoltura per piacere alle commissioni statali che sganciano soldi ideologici e alla critica pre-moderna, fanatico-chic. Qui l'eros in più è tra 'story' e 'history'. Il clima, l'atmosfera, la realtà, profonda (i materiali di repertorio sono mozzafiato) e superficiale (l'enciclopedia 'Conoscere' ancora alla parete, le 500 più lillipuziane di quanto ricordavamo), di un passaggio nodale del nostro paese, fanno dunque corpo con la tempesta emozionale di chi non riuscendo a ricomporre socialmente gli sfruttati si sgancia e si getta da allora nella mischia individualista. Sarà 'celibe' o sarà democratico l'individualismo anni 80? Sarà una scelta opportunista, cinica e paurosa, come quella di Emma e di Antonio (Fausto Paravicino), l'amico di Sergio, che passa dall'eroina al matrimonio con mille bambini come programma massimo. Sarà defilata e delirante, come quella dell'operaio spremuto dai padroni e poi gettato via, diventato un ristoratore, ma sempre pronto a imbracciare il fucile? Sarà nelle lotte dentro la nuova 'fabbrica sociale', nei collettivi nascenti dell'alter-modernità, passando dalla catena alla rete, come quella di Sergio, tassista su un automezzo Fiat? Catorci, oltretutto. Solo le lotte dure producono macchine indimenticabili." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 18 gennaio 2008) "Strano film quello di Wilma Labate, una finzione quasi fiction mescolata a un mockumentary, con facoltà di prova documento su quei momenti che oggi molti non ricordano o rimuovono. Ma quella che non riesce è proprio la miscela, la storia è tutta fredda, telecomandata soprattutto da esigenze romantiche, ravvivata dalla presa diretta dei luoghi torinesi dove la Film Commission vede e provvede. I ritratti sono didascalici ma gli attori, tutta la new generation al completo, dalla sensibile Solarino a Gifuni, dall'arruffato Timi alla Impacciatore, da Paravidino a Colangeli alla Pianeta, sono bravi ma monolitici: come partono, così arrivano. La categoria interessante è certo ampia ma dalla Labate era lecito attendersi qualcosa di più esplicativo sui perché degli eventi, sulla crisi della stessa classe operaia che non va più in paradiso ma è già pronta ai pranzi della domenica come nella borghesia dei film dei Vanzina. S'ascolta 'Pata Pata' della Makeba, Patti Smith e, se non ripudia, Dalla." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 18 gennaio 2008) "Tutt'altro che brutto 'Signorinaeffe', realizzato con molta cura. Interessante e coinvolgente. Ma è difficile sottrarsi a qualche dubbio. (...) Finisce che perdono tutti. Ma non basta a temperare lo schematismo del film." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 18 gennaio 2008) "Fin qui la robusta struttura di questo mélo operaio. Che però scricchiola un poco sotto i troppi vuoti che deve riempire. Vuoto storico, vuoto politico, vuoto cinematografico (un solo precedente notevole, di recente: 'Così ridevano di Amelio'). Difficile recuperare tutto in una volta sola, e il film procede per grandi sintesi: le presse, gli uffici dei dirigenti, la casa degli operai in lotta, Timi e Paravidino, contrapposta a quella della Solarino, figlia di un lavoratore meridionale ma ansioso di ascesa sociale che nella figlia studiosa e fidanzata a un ingegnere vede un'occasione unica. I conti storici e ideologici tornano, fin troppo. Torna meno il conto dei corpi, l'affollarsi di umori e passioni. Giusto riesumare un mondo e storicizzarlo. Ma alla fine il film, quasi didattico, conferma ciò che si sapeva, non rivela uno sguardo nuovo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 18 gennaio 2008) "La storia d'amore sembra voler raccontare con sincerità anticonformista un certo opportunismo o una viltà delle donne e della piccola borghesia, una loro superficialità sentimentale. Nella storia di lotta sindacale, i materiali di repertorio storici sono benissimo armonizzati al film, con una sapienza che raramente altri hanno raggiunto. Lo sforzo per tenere insieme i due elementi, per dare alla vicenda amorosa un valore metaforico, nuocciono allo slancio del racconto e allo stile ('La mia generazione' e 'Domenica', precedenti film di Wilma Labate, erano più belli) e gli attori sono modesti. E' ammirevole la serietà coerente della regista nel voler rinnovare il ricordo di momenti che per l'Italia, per Torino e per la Storia nazionale sono stati essenziali." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 18 gennaio 2008). "'Signorinaeffe' non evoca chi alla Fiat lavorava, ma chi alla Fiat s'innamorava. Ironia in meno, il suo archetipo è 'Romanzo popolare' di Mario Monicelli (1975). Così 'Signorinaeffe' bada alle psicologie e coniuga le sociologie nelle didascalie; l'unico momento rozzo è quello scopertamente politico, con l'alternanza fra le immagini del concilio dei retrivi, presente l'ingegnere, e le immagini delle corna che la fidanzata gli sta facendo, come se fosse colpa del tradito di esser tale. Strano, perché 'Signorinaeffe' della Labate ammette ciò che rari e rarissime donne ammettono: quanto possano somigliarsi ragioni del cuore e della politica." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 18 gennaio 2008) "Nel retrodatare la vicenda al 1980, Labate e i suoi sceneggiatori hanno cambiato tutto, lasciando però intatto il senso di appartenenza, l'identificazione assoluta con l'azienda. Ottima idea. Tuttavia - parere personale - il film non convince. Perché, alla fine dei conti, la storia d'amore risulta un pretesto, diciamo un tirante narrativo, per parlare d'altro. Qualcosa del genere succedeva anche in 'Riff Raff' di Loach, in 'Risorse umane' di Cantet o in 'Full Monty' di Cattaneo, film diversi nel clima ancorché mirabili, ma, appunto, è il fattore umano a fare la differenza. Invece, a partire dalle omissioni sull'infiltrazione terroristica in fabbrica rilevate da vari commentatori, Wilma Labate addolcisce alcuni aspetti orribili di quelle giornate, enfatizza la «gioiosa» solidarietà operaia, mostra schitarrate notturne e belle ragazze col poncho, pervenendo infine ad un'amara riflessione: la marcia dei quarantamila segnò la sconfitta politica di un progetto che lei chiamerebbe di ristrutturazione capitalistica. Ne consegue che il contesto fa aggio sul testo, sicché i personaggi, invece di vivere di vita propria, vengono via via piegati ideologicamente alla prospettiva del film. Più che l'amore contrastato tra l'emancipata Emma e l'incazzato operaio Sergio, emergono le oscure manovre del dottor Agnelli. Per questo, pur nell'accorto dosaggio delle psicologie e delle tipologie, il risultato è così spesso prevedibile." (Michele Anselmi, 'Il Riformista', 18 gennaio 2008) "Nella migliore tradizione del cinema italiano, Wilma Labate sceglie una storia privata per parlare di quella pubblica, stringe l'obbiettivo sui personaggi per allargarlo sui paese. E ad ulteriore merito, decide di usare una giovane donna come perno dell'intera costruzione narrativa e filmica. La stessa macchina da presa sembra muoversi assieme alle emozioni della giovane, alle sue impennate di passione, alla carnalità dei suoi vent'anni. Restano fuori terrorismo e pistole, ma trova invece corpo la fabbrica, anche se poco inquadrata. Quella delle presse, del rumore assordante, del grasso. La Fiat come cittadella medioevale del fordismo, con le sue scale, i passaggi, le gerarchie, i corridoi, i cancelli. Ancora più bella, l'atmosfera umana che Labate riesce a ricreare, restituendoci un'epoca oscura dove però alla tavola della domenica sedevano famiglie assieme a sconosciuti e dove per le strade d'Italia ci si amava felici, e con orgoglio. Per quell'Italia, sì, che nostalgia ..." (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 18 gennaio 2008) "La fiction non riesce a consolidarsi davvero nel giro degli eventi determinanti che ha scelto come motore. Lo spettatore sente un forte potenziale coinvolgimento e un certo vuoto di risposta dei personaggi. La sceneggiatura, colpevolmente elementare (Starnone, Labate, Evangelista) evoca uno sguardo corrotto in cui, più che il cinema, parla il condizionamento della tv. Era, è, una grande responsabilità, questo argomento. Resta, comunque, una forte impressione antologica, pagine da conoscere, soprattutto per i giovani, per esempio il contatto con la fine del fordismo nella scelta di un colosso industriale che dimentica il prodotto per occuparsi di finanza." (Silvio Danese, 'Quotidiano Nazionale', 18 gennaio 2008)

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