Shutter Island2010

SCHEDA FILM

Shutter Island

Anno: 2010 Durata: 138 Origine: USA Colore: C

Genere:DRAMMATICO, THRILLER

Regia:Martin Scorsese

Specifiche tecniche:PANAVISION, SUPER 35 E SUPER 70 STAMPATO A 35 MM (1:2.35)

Tratto da:romanzo "L'isola della paura" di Dennis Lehane (Ed. Piemme, 2005)

Produzione:MARTIN SCORSESE, ARNOLD MESSER, MIKE MEDAVOY, BRAD FISCHER, JOSEPH P. REIDY, EMMA TILLINGER, AMY HERMAN PER PHOENIX PICTURES, SIKELIA PRODUCTIONS, APPIAN WAY, PARAMOUNT PICTURES, HOLLYWOOD GANG PRODUCTIONS

Distribuzione:MEDUSA

ATTORI

Leonardo Di Caprio nel ruolo di Teddy Daniels
Mark Ruffalo nel ruolo di Chuck Aule
Ben Kingsley nel ruolo di Dottor John Cawley
Emily Mortimer nel ruolo di Rachel Solando 1
Michelle Williams nel ruolo di Dolores Chanal
Max von Sydow nel ruolo di Dottor Jeremiah Naehring
Patricia Clarkson nel ruolo di Rachel Solando 2
Jackie Earle Haley nel ruolo di George Noyce
Ruby Jerins nel ruolo di Ragazina
Drew Beasley nel ruolo di Henry
Curtiss Cook nel ruolo di Trey Washington
Christopher Denham nel ruolo di Peter Breene
Elias Koteas nel ruolo di Andrew Laeddis
John Carroll Lynch nel ruolo di McPherson
Joseph McKenna nel ruolo di Billings
Aidan Cole Mitchell nel ruolo di Teddy jr.
Damian Zuk nel ruolo di Elijah Tookey
Joseph Sikora nel ruolo di Glen Miga
Nellie Sciutto nel ruolo di Infermiera Marino
 

SOGGETTO

Lehane, Dennis
 
 

SCENOGRAFIA

Ferretti, Dante

TRAMA

Stati Uniti, 1954. Il marshall Teddy Daniels e il suo nuovo compagno di squadra Chuck Aule vengono convocati sull'isola-fortezza Shutter Island, sede del manicomio criminale Ashecliffe, per indagare sulla misteriosa scomparsa di una detenuta pluriomicida fuggita da una cella blindata. I due poliziotti, circondati da psichiatri inquisitori e da pazienti psicopatici e pericolosi, si troveranno immersi in un'atmosfera imprevedibile dove nulla è in realtà come appare...

CRITICA

"Tra le conseguenze che i nuovi finanziatori di Hollywood (come i potenti e ricchi fondi pensione) hanno imposto al mondo del cinema c'è anche il ritorno a una più facile riconoscibilità di genere: meno svolazzi autoriali e più strutture narrative tradizionali riducono i rischi al botteghino e offrono immediata leggibilità. Chi ne soffre? I registi più curiosi e innovativi che non trovano più la libertà del passato. Come per esempio Scorsese, costretto a «inscatolare» il proprio talento in film meno coraggiosi, quale è appunto 'Shutter Island', un thriller psicologico di ineccepibile fattura, teso e inquietante per almeno due terzi, interpretato da un sempre ottimo Di Caprio, ma lontano dal coraggio di sperimentare e di rischiare che contraddistingueva il regista almeno fino a 'Al di là della vita'. E proprio quel film torna in mente vedendo l'inchiesta che lo sceriffo Teddy Daniels compie nel manicomio criminale di 'Shutter Island'. (...) E invece da un grande regista come Scorsese sembra inevitabile aspettarsi sempre il capolavoro o quasi. Dai primi della classe non possiamo accontentarci di un compito svolto senza errori. Vogliamo di più." (Paolo Meregehtti, 'Corriere della sera', 14 febbraio 2010) "Scorsese virtuoso dei simboli del thriller espressionista (l'isola dell'io, la scogliera infranta dal mare, il faro della verità nel finale, i sogni rivelatori - di magistrale invenzione) costringe lo spettatore a tenere insieme troppe cose. Anche Di Caprio, ha qualche cedimento. In 'Shining' Kubrick riuscì a fondere i due rami, cinema e vita. Qui si fa la gimcana. Resta per la forza di un viaggio nella malattia mentale come prigione dell'uomo. O nell'uomo come prigione." (Silvio Danese, 'Nazione, Carlino, Giorno', 14 febbraio 2010) "Leonardo Di Caprio si conferma un ottimo attore a cui questo straordinario regista affida, a volte, troppa responsabilità. E' pur vero che il biondo sex-symbol sa dare il meglio proprio nei ruoli schizofrenici, quelli che lo costringono ad arrivare al limite della follia e a sdoppiarsi (mai come questa volta). Anche se deve farlo in modo che gli calza peggio dei completi che la costumista gli sottopone (ed è davvero difficile, fidatevi). L'indagine inizia come normale attività di polizia in un manicomio criminale per poi rivelarsi una discesa agli inferi lenta (troppo) e inesorabile, un complotto di cui la vittima è certa, ma anche il colpevole si intuisce subito. La struttura è quella di un classico b-movie claustrofobico, fatto di matti riconoscibili, riconosciuti e camuffati. Come sempre in un manicomio. Un plot così ovvio che fino alla fine ci si augura un guizzo che, a dir tutta la verità, non è presente neanche nel romanzo che ha ispirato il film. E così un lungometraggio che normalmente, con queste premesse, dura massimo 90 minuti, si protrae fino a 138 (!) anche perchè Scorsese, non sicuro che lo spettatore possa capire, la svolta finale ce la ripropone tre volte. (...) E l'ultimo "Theddy!" nella scena finale sembra quasi un colpo di coda a voler scusarsi, troppo timido e sbrigativo per essere accettato. L'impressione è che persino zio Marty voglia tornare a incassare. E sapendo che il genere paga, ha giocato la sua carta. Male. A consolarci solo il suo talento, che si scatena nei flash-back a Dachau (....). L'esecuzione dei nazisti per reazione è un pezzo di cinema straordinario." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 14 febbraio 2010) "Con Shutter Island Martin Scorsese firma uno psyco-thriller ad alta tensione. E lo fa con la solita maestria, magari con qualche incongruenza narrativa, confezionando un film gotico, cupo, enigmatico, a tratti claustrofobico, ricco di suspense e di colpi di scena; una pellicola che sicuramente rispecchia bene l'idea di film che il regista si era fatto dopo aver letto l'omonimo romanzo di Dennis Lehane, già autore di 'Mistic River', portato sugli schermi da Clint Eastwood e premiato con un Oscar: un puzzle in cui i pezzi si incastrano non seguendo un ordine preciso e che resta incomprensibile fino a quando l'ultimo tassello non viene messo al suo posto. Scorsese voleva fare un film sulla follia, senza però limitarsi a questo. Infatti 'Shutter Island'(...) è soprattutto un viaggio nelle paure interiori, le più nascoste e inconfessabili. Quelle che accompagnano, nell'autunno del 1954, l'agente federale Teddy Daniels (un credibile Leonardo Di Caprio) sull'inaccessibile e sorvegliatissima isola Shutter (...). Il suo incarico, e quello del collega Chuck Aule (il sempre più apprezzato Mark Ruffalo), è di trovare Rachel Solando, rinchiusa per aver ucciso i suoi tre figli, misteriosamente scomparsa. (...) Sospetti e misteri si moltiplicano, in un crescente vortice di tensione in cui si fanno strada ipotesi di sordidi complotti - siamo negli anni segnati dalla paranoia della guerra fredda e dal maccartismo - e di disumani esperimenti sui pazienti cui gli enigmatici medici (i bravi Ben Kingsley e Max von Sydow) sembrano avere parte. (...) Fedele al romanzo, la sceneggiatura di Laeta Kalogridis intreccia realtà e fantasia, verità e illusione (...). La creatività di Scorsese in 'Shutter Island' sembra segnare il passo, sottomessa alla rigidità del soggetto scelto. Tuttavia ogni cosa appare credibile nella narrazione di Scorsese, grazie anche alla realistica ricostruzione dell'atmosfera e della vita degli ospedali psichiatrici americani del tempo firmata da Dante Ferretti e soprattutto alla plumbea, penetrante fotografia di Robert Richardson. Tutto collima e il racconto sembra seguire una sua logica, per quanto complessa. Solo alla fine, guardando all'indietro, si possono notare, come già accennato, possibili incongruenze, situazioni non proprio lineari. Ma il risultato filmico è notevole, pur non essendo di fronte a un'opera memorabile. Del resto se è vero che in un thriller ciò che conta è restare incollati alla poltrona fino alla fine in attesa che il mistero venga svelato, ebbene Scorsese - che da cinefilo appassionato conosce alla perfezione i meccanismi della visione - riesce con bravura nell'intento, raccontando una storia in cui la realtà cambia in continuazione e i piani si confondo. Un film sulla follia e sulla paura, dunque, ma anche sulle radici della violenza, che percorre questa pellicola trasversalmente. (...) Fortunatamente alla maggior parte della gente ciò è risparmiato, ma Scorsese sembra dirci che tutti in qualche misura nascondiamo nel profondo una Shutter Island che contiene i semi di violenza, nonché le paure, i segreti inconfessabili, le cose che si vorrebbero cancellare dalla memoria. Ma invita altresì a prendere coscienza che solo accettando la nostra natura umana, con le sue debolezze ma anche con le sue infinite risorse, è possibile costruire un futuro di speranza. «Siamo noi a decidere come vivere - ha detto di recente - e la via del riscatto è la consapevolezza»." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 15-16 febbraio 2010) "Che cosa avrebbe fatto Scorsese dopo gli Oscar finalmente conquistati per 'The Departed'? Perché 'Shutter Island' è stato tenuto sui blocchi di partenza per sette mesi dalla Paramount, che gli ha preferito il deludente 'Amabili resti' di Peter Jackson nella corsa agli Academy Awards? Quale (nuova strada) avrebbe intrapreso il regista italoamericano? Partiamo da una tautologia, una magistrale tautologia: Scorsese è Scorsese. Una sua sola inquadratura vale più di interi film, se non filmografie complete, di altri colleghi, colleghi, ovviamente, si fa per dire. Se un altro cineasta avesse girato 'Shutter Island' forse avremmo plaudito e basta, ma per Scorsese così non può essere, a meno di non avere la memoria colpevolmente corta. (...) In altre parole, troppo abitualmente poderosa e predigiosa la terragnità scorsesiana, tra mainstreem e discese agli inferi rosso fuoco, per essere scambiata vantaggiosamente con il tradizionale ping pong di immaginazione e realtà, a fasi ontologicamente alterne, che ci consegna 'Shutter lsland', un film comunque interiore alla somma delle sue parti: cromatismi indovinati e accesi, sonorità accurate, montaggio rapsodico e a tratti psicotico , interpreti efficaci (Di Caprio su tutti), tensione centripeta (scavo psicologico), ma è palese la difficoltà di Scorsese a fonderli nell'abituale dialettica tra cinema e vita. (...)" (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 03 marzo 2010) "All'ultimo Festival di Berlino ha spaccato il pubblico in due, ma non ha lasciato indifferente nessuno. 'Shutter Island' di Martin Scorsese è infatti uno di quei film che ti mette continuamente alla prova come spettatore fra depistaggi, falsi indizi e colpi di scena. (...) Tatto dal romanzo 'L'isola della paura' di Dennis Lehane, il film ricostruisce fatti e ambienti con una tensione che non ti abbandona mai lasciando capire sin dall'inizio che le cose non sono come sembrano." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 5 marzo 2010) "Crimini di guerra e di pace; illusione d'esser migliori e scoperta d'esser peggiori; violenza e potere; delitto e castigo; follia e droga. Ecco le coppie complementari di 'Shutter lsland' ('Isola isolata') di Martin Scorsese (...) Scorsese si diverte a dire (per due ore) e a fingere di negare (per un quarto d'ora) che gli Stati Uniti valgano tanto quanto altri sistemi politici che hanno processato nei loro capi e nei loro militanti, da Norimberga a Guantanamo. Lo fa citando mezza storia del cinema, specie quello psichiatrico e carcerario, ma anche 'La donna che visse due volte', 'La scala a chiocciola', 'Le ali della libertà', ecc. Potrebbe rendersi ridicolo. Se invece - specie all'inizio - la storia è avvincente, è per la bravura degli attori e del costumista. Due gli anacronismi lessicali, forse da attribuire al doppiaggio: parlare di Gulag, quando in Occidente nessuno usava ancora quel termine e dire 'resettare' quando ancora i calcolatori erano a schede perforate. (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 5 marzo 2010) "Il cinema si è mangiato Martin Scorsese. E non è una bella notizia. Domata la bestia ferita, la Hollywood degli studios fine anni 60, e tenutala ferma per almeno un trentennio, il regista newyorchese, con 'Shutter lsland', dimostra che la festa è finita. Il sistema (qui Paramount Pictures) non lascia più spazio al respiro profondo di chi ha osato sfidarlo in passato. Semmai concede etichette, vuoti simulacri poetico-estetici per trattenere la vanità e l'ego più che l'urgenza e la necessità del creatore di personali mondi cinematografici. (...) Escludendo ogni analisi della recitazione binaria di Di Caprio (con o senza sopracciglia corrucciate), è inutile proporre a Scorsese di fare un film alla Scorsese vecchia maniera imponendo sciatti codici e strutture di genere perché il mercato lo vuole. Se un neofìta si avvicinasse al suo cinema vedendo per primo 'Shutter Island', sarebbe come spiegare ad un forestiero la politica italiana odierna senza insegnargli cos'è successo dal 1943 al 1992. Meglio una serata in dvd con 'America 1929', 'Taxi driver', 'Quei bravi ragazzi'. E a proposito di incubi o allucinazioni scorsesiane su borderline americani: 'Al di là della vita'. (Davide Turrini, 'Liberazione', 5 marzo 2010) "Non è piaciuto alla critica il nuovo film di Martin Scorsese presentato fuori concorso al festival di Berlino il pubblico se ne farà una ragione e non solo perché le stesse disapprovazioni erano toccate a 'The Departed' poi affermatosi come un capolavoro: nonostante le pecche d'intreccio imputabili al romanzo di Dennis Tehane da cui è tratto (edito in Italia da Piemme), questo thriller a metà strada tra il realistico-rievocativo e l'onirico-psicotico possiede infatti tutte le qualità per imporsi a livello d'intrattenimento puro. (...) Siamo nell'ambito del noir ibridato col gotico dove Scorsese non ha bisogno d'inventare qualcosa di nuovo, ma può, appunto, esercitare il suo proverbiale talento di miniaturista d'inquadrature, di raffinato gestore del panico e dei dilemmi dei personaggi che osano approdare su una terra sconosciuta. D'altronde il nucleo del film allude ad altri due luoghi concettuali, la torre e l'assedio, la dimora dello spirito assediata dal passato, dal futuro e dalla morte: le stesse coordinate mitico-simboliche che sono spesso servite a definire 'l'isola' America. Che il prolungato movimento conclusivo, con le spiegazioni più o meno politiche e i colpi di scena a raffica, rappresenti il lato B dell'operazione ci sembra ovvio; ma la qualità e la densità stilistiche producono un risultato immediato, un gradimento estetico che pesa di più di un esercizio astratto di cinecultura." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 5 marzo 2010) "Ci sono storie così piene di cliché che lo spettatore si mette sul chi vive; film così nutriti di cinema che sembra di averli già visti. Eppure ogni volta il regista, specie se è un grande regista come Scorsese, usa quei cliché per rivelarci qualcosa nascondendo al contempo qualcos'altro. Un po' come fanno le immagini-schermo care alla psicoanalisi, ricordi falsi o manipolati dal nostro inconscio per difenderci da verità insopportabili. Fino a instillare un dubbio radicale su quanto vediamo: realtà o allucinazione,complotto o paranoia? Il problema è che Scorsese, seguendo là strada già battuta intensamente dai noir degli anni 40-50, sprofonda nel gioco dei rimandi fino a dedicare ai personaggi e ai loro sentimenti lo stesso trattamento riservato ai classici dello schermo convocati in 'Shutter Island', facendone in qualche modo personaggi e sentimenti di secondo grado, citazioni viventi, capaci di suscitare nostalgia più che emozione e sorpresa. Un vero peccato perché fra tante scene madri, esaltate dalle sapienti scenografie di Dante Ferretti e dalle dissonanze della colonna sonora (Schnittke, Penderecki, Scelsi, Ligeti...), si affaccia un'ossessione della violenza e della sopraffazione che appartiene invece profondamente a Scorsese. Così profondamente che il regista di 'Taxi Drive', 'The Departed', 'Toro scatenato', la ammanta di citazioni per nasconderla e ostentarla insieme. Come si fa con i segreti troppo scottanti. O con le manie coltivate così a lungo da diventare maniera. (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 5 marzo 2010) "Lo spunto l'ha dato un romanzo di Dennis Lehane, 'L'isola della paura', che si può leggere, anche da noi. Martin Scorsese, facendolo riscrivere da Laeta Kalobrigidis, si è tenuto volutamente in equilibrio fra il thriller e l'horror, puntando molto, appunto, sulla paura. A cominciare dalle musiche che, fin dalle prime immagini, grondano minacce, proseguendo con un terribile uragano che, via via più furioso, sembra citare la notte buia e tempestosa di certi film d'una volta ammiccanti al gotico. In mezzo, e in seguito, nonostante la storia, fitta di dati anche marginali, non sia sempre molto chiara né logica, la regia cerca con impegno di ottenere tutti gli effetti possibili nell'ambito del terrore. Con climi stracolmi di interrogativi e di dubbi, con tensioni, nella vicenda in sé, ma anche nei vari incubi del protagonista (...) che possono coinvolgere in più momenti in modo lacerante. Specie quando ci si interroga ansiosi sui retroscena foschi di tutto quello cui assistiamo... Certo non è uno dei film migliori di Scorsese, ma il suo successo l'avrà. Grazie anche a Di Caprio al centro pronto a esibire una maschera d'angoscia anche quando, proprio all'inizio, vomita a lungo per il mal di mare. Agli psichiatri danno i loro celebri volti Ben Kingsley e addirittura Max von Sydow: all'insegna dell'ambiguità." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 5 marzo 2010)

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