Onora il padre e la madre2007

SCHEDA FILM

Onora il padre e la madre

Anno: 2007 Durata: 105 Origine: USA Colore: C

Genere:DRAMMATICO, THRILLER

Regia:Sidney Lumet

Specifiche tecniche:PANAVISION, HDV, 35 MM (1:1.85)

Tratto da:-

Produzione:LINSEFILM, MICHAEL CERENZIE PRODUCTIONS, UNITY PRODUCTIONS

Distribuzione:MEDUSA (2008)

ATTORI

Philip Seymour Hoffman nel ruolo di Andy
Ethan Hawke nel ruolo di Hank
Albert Finney nel ruolo di Charles
Marisa Tomei nel ruolo di Gina
Aleksa Palladino nel ruolo di Chris
Michael Shannon nel ruolo di Dex
Amy Ryan nel ruolo di Martha
Sarah Livingston nel ruolo di Danielle
Brian F. O'Byrne nel ruolo di Bobby
Rosemary Harris nel ruolo di Nanette
Blaine Horton nel ruolo di Justin
Arija Bareikis nel ruolo di Katherine
Leonardo Cimino nel ruolo di William
Lee Wilkof nel ruolo di Jake
Paul Butler nel ruolo di Detective Barrett
 

SOGGETTO

Masterson, Kelly
 

SCENEGGIATORE

Masterson, Kelly
 

MUSICHE

Burwell, Carter
 

MONTAGGIO

Swartwout, Tom
 

SCENOGRAFIA

Nowak, Christopher
 

COSTUMISTA

Nigro, Tina
 

TRAMA

I fratelli Andy ed Hank Hanson sono alla ricerca di un modo per ottenere soldi extra. Quando finalmente riescono ad organizzare un perfetto piano per arricchirsi, da portare a termine senza armi e senza spargimento di sangue, un complice disattento mette in serio pericolo la vita di tutti.

CRITICA

"Costruito saltando avanti e indietro nel tempo e alternando i punti di vista (c'è anche papà Albert Finney), magari non è un grande film. Troppo cinico, specie nel finale nerissimo, per prenderlo sul serio fino in fondo. Ma sorprende la libertà di tono che il vecchio Lumet si concede per colpire gli eterni totem americani, i maschi, il successo, l'avidità. Con la precisione e il divertimento del grande regista." (Fabio Fezetti, 'Il Messaggero', 23 ottobre 2007) "Il film di Lumet ha un suo vigore quasi shakespeariano, ben sostenuto da un cast che comprende Philip S. Hoffman e Ethan Hawke, oltre a un grande Albert Finney. Ma perché un montaggio tanto macchinoso, che stanca più di quanto appassioni?" (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 24 ottobre 2007) "L'indiretto confronto tra film americani, anch'essi fuori gara, si è risolto a favore di 'Before the Devil Knows You're Dead'. Il veterano Sidney Lumet torna, infatti, sugli schermi con un thriller duro, crudo e a tratti di strategica sgradevolezza cadenzato sulle ore e i giorni precedenti e seguenti un'assurda rapina organizzata (...) da due sciaguratissimi fratelli. Sia Philip Seymour Hoffman sia Ethan Hawke entrano nel ruolo con un virtuosismo che lascia annichilita la platea, anche perché l'irresponsabilità, il vizio e la violenza li pervadono e li perdono in un climax d'agghiacciante deriva fisica; così come il vecchio padre Albert Finney e la Marisa Tomei moglie di uno nonché amante dell'altro sono scolpiti nell'insieme e nel dettaglio con la spietata imperturbabilità di un noir nichilista." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 23 ottobre 2007) "Tutto va in pezzi. Pezzi di un puzzle, questa è la chiave di Lumet. Il regista li monta ad incastro, come fossero unità drammatiche con il loro tempo e il loro spazio. La vicenda si svolge nell'arco di una settimana, ma Lumet ricostruisce il quadro prendendo pezzi avanti e indietro nel tempo. Man mano emerge il disegno angosciante di un dramma famigliare, un dramma in cui tutti sono peccatori e colpevoli. Fino a un finale raro ed agghiacciante. Seconda lezione: gli attori. Non basta una sceneggiatura perfetta, ci vuole un corpus d'attori in grado di definire per ogni 'pezzo' del quadro un umore, una situazione, un carattere, e un regista che li sappia dirigere al cuore del loro e del suo dramma. Philip Seymour Hoffman è il fratello maggiore, Ethan Hawke è il piccolo, Albert Finney è il padre. Riescono nello spazio di una battuta, con un tic della bocca, con lo sgranare delle pupille a condensare l'universo bollente del loro Io in crisi. Terza lezione: l'orizzonte concettuale. Tutti i personaggi del film sono negativi, tutti sono 'peccatori', ma l'orizzonte in cui si dimenano (nonostante il titolo) è squisitamente laico. E per questo ancor più angosciante. Nessuna redenzione, neanche l'inferno! La Festa di Roma si aggiudica, grazie alla sopraffina arguzia dell'ultraottantenne Lumet, un Fuori Concorso d'eccellenza, un film che sa di cinema, finalmente." (Dario Zonta, 'L'Unità', 23 ottobre 2007) "Ogni retroscena è destinato a venire a galla, fantasmi, complessi di colpa, insufficienze e insoddisfazioni, basta solo far fare al tempo il proprio mestiere di centellinatore di gesti, per trovarne alcuni sospetti su cui incamminarsi per cercarne le motivazioni. Il delitto perfetto non esiste, neanche un verdetto pulito al netto della integrità dei giurati, si può agire in coscienza, questo è vero, e anche, in tutta coscienza, vendicarsi su un figlio come una iena strappa le viscere agli gnu agonizzanti dopo la fiera zampata del leone." (Giancarlo Mancini, 'Il Riformista', 24 ottobre 2007) "Di fronte all'ultimo film di Sidney Lumet, i generi tradizionali del cinema rivelano tutta la loro inadeguatezza catalogatoria. Non funziona 'giallo' anche se tutto parte da un furto e da un omicidio, non funziona 'noir' nonostante lo scontro di passioni e tormenti che agita l'animo dei protagonisti e 'dramma' è decisamente troppo generico. Solo una definizione sembra calzare al film, ed è tragedia. (...) Se 'Non è un paese per vecchi' dei fratelli Coen si limitava, in qualche modo a prendere atto dell'irruzione della violenza nella vita di tutti i giorni, il film di Lumet ci dice che quella violenza non viene dall'esterno, ma è la conseguenza inevitabile di un mondo dove il miraggio di pochi soldi ha cancellato ogni altra forma di valore. Lasciando campo libero solo all'odio e alla ferocia, come ci ricorda l'ultima indimenticabile, agghiacciante scena tra padre e figlio." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 14 marzo 2008) "Dopo mezzo secolo di carriera cinematografica, l'ottantaquattrenne Sidney Lumet ritrova buona parte della forma di un tempo. Il suo nuovo film fa tornare in mente 'Quel pomeriggio di un giorno da cani' ma senza la nota grottesca che alleggeriva quel titolo ormai classico; qui siamo invece in piena atmosfera tragica. E' con i toni propri della tragedia che il destino incombe sui personaggi: un destino con la 'd' minuscola però, poiché non sono divinità malvagie e imperscrutabili a condurli verso la rovina, bensì precise responsabilità individuali. Per trasmetterci un senso d'ineludibile fatalità, Lumet ricorre a una struttura acronologica, adottando volta a volta punti divisata diversi che forniscono nuove informazioni sui moventi del crimine. Effetto raggiunto grazie a un'articolazione dei tempi narrativi sapiente: forse anche troppo, fino a rischiare l'automatismo di una 'macchina' narrativa troppo consapevole di sé." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 14 marzo 2008)

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