LIBERTY HEIGHTS1999

SCHEDA FILM

LIBERTY HEIGHTS

Anno: 1999 Durata: 126 Origine: USA Colore: C

Genere:DRAMMATICO

Regia:-

Specifiche tecniche:-

Tratto da:-

Produzione:BALTIMORE/SPRING CREEK PICTURES

Distribuzione:WARNER BROS. (2000)

TRAMA

Il 1954, negli Stati Uniti, è un anno cruciale: è l'anno in cui la segregazione razziale viene abolita. A Baltimora il bianco ebreo Ben stringe una affettuosa amicizia con Sylvia, la prima studentessa nera del suo liceo, nonostante l'opposizione del padre di questa, un medico affermato. Intanto il padre di Ben, Nate, è in crisi perché il suo spettacolo di spogliarello non incassa più. Insieme agli altri suoi soci decide allora di organizzare un lotto clandestino nel quartiere. La nuova iniziativa va a gonfie vele fino a quando lo spacciatore Little Melvin non riesce a sbancare il jackpot. A corto di contante Nate cerca di prendere tempo ma Little Melvin, la sera del concerto di James Brown, rapisce Ben e Sylvia con l'intenzione di farsi dare un riscatto. TRAMA LUNGA Baltimora, 1954. Nella famiglia ebrea Curtzman il padre Net, mentre manda avanti un teatrino di varietà con bar e ballerine, in realtà ha messo in piedi un gioco a scommesse clandestino. I due figli Van e Ben vanno a scuola e coltivano amicizia di vario tipo. Ben in particolare è colpito da Silvia, una ragazza di colore. La segue, va a casa sua, ma poi arriva il padre di lei e lo porta via, proibendo ai due di rivedersi. Nel frattempo, per un errore di calcolo, il gioco va in tilt e Little Melvin, un modesto spacciatore negro, vince 100mila dollari. Non essendo in grado di pagare, Net si risolve a cedere parte della propria attività al negro. Questi però si sente preso in giro, e una sera all'uscita dal teatro Royal rapisce Ben con i suoi amici. Net si adegua, vende tutto. Siamo al giungo 1955. La scuola è finita, i ragazzi si preparano per il college. Approfittando dell'incapacità di Little Melvin, Net riprende in mano la situazione del locale. Poi però tutti vengono arrestati per sfruttamento della prostituzione. Net si confessa pubblicamente nella sinagoga, prima di passare un periodo in carcere. La voce di Ben fuori campo commenta questa stagione importante della vita sua e della sua famiglia.

CRITICA

"Barry Levinson riesce a raccontare questa storia di ebrei puntando sui grandi cambiamenti che ci sono stati nella società americana. Evitando così in gran parte tutti gli stereotipi". ('Entertainment Weekly') "Liberty Heights è un romanzo di formazione da gustare nei dettagli più che nel disegno generale. (...) La cinepresa di Chris Doyle, che di solito, quando lavora con l'amico Wong Kar-Wai, è frenetica e volutamente impressionistica, qui disegna un bellissimo mondo colorato che, non fosse ebraico, sembrerebbe uscito dai pennarelli di Norman Rockwell. E una stupenda colonna sonora (qualche volta anacronistica) contribuisce ad arricchire la Levinsonland, offrendo agli spettatori una ragionata nostalgia per un tempo difficile e semplice". (Irene Bignardi, 'la Repubblica', 9 ottobre 2000). "America anni Cinquanta. Con le canzoni coinvolgenti di Sinatra, con i ritmi elettrici del jazz. Ma anche con l'altra sua faccia meno gradevole, il razzismo, persino nei confronti degli ebrei, e il rifiuto di qualsiasi integrazione. A tal segno che in uno dei circoli più eleganti di Baltimora un cartello vieta l'accesso agli "ebrei, ai cani e alla gente di colore". La segregazione è rispecchiata anche dalla topografia, così nel quartiere di Liberty Heights che dà il titolo al film, abitano solo famiglie ebree e il quartiere che si apre attorno alla Pennsylvania Avenue è riservato ai neri che i bianchi continuano a definire "negri", senza sfumature. Anche questi, però, tengono molto alle distanze, tanto che quando un ragazza di colore fa gli occhi dolci a un ragazzo bianco, i primi ad indignarsi, e con fermezza, sono proprio i genitori di lei. Il ragazzo bianco, però, Ben, è anche ebreo. Vive con la famiglia a Liberty Heights e la sua vicenda, insieme con quella di suo padre Nate, di sua madre Ada e di suo fratello Van, diventa presto il fulcro della storia in un certo senso corale che Barry Levinson, dopo i suoi grandi successi con Rain Man, con Bugsy e con Avalon, ha scritto e diretto ambientandola appunto a Baltimora, sua città natale, con echi forse anche autobiografici. Una storia perfetta. Proposta con una grande varietà di personaggi, ciascuno, però, anche quando le situazioni, alternandosi, intrecciano di continuo i loro casi, collocati sempre al posto giusto. Qua con la descrizione in interni della famiglia ebrea; là seguendone le vicissitudini sentimentali dei figli; in parallelo mettendo con finezza l'accento sulle famiglie non ebree, specie e in mezzo ai giovani, a scuola, alle feste; e con scorci rapidi, ma precisi, anche degli ambienti dei neri. Facendo emergere di continuo - da tutto e da tutti - un clima che la regia di Levinson, con maestria addirittura ispirata, ora fa vibrare di nostalgia, ora accetta che certi risentimenti lo increspino: seguendo da vicino uno schema narrativo che passa senza mai una frattura da una complicazione finanziaria di Nate, perfino con un sequestro di persona e un ricatto, agli amori ora paghi ora delusi dei suoi figli. E disponendovi attorno, con finezza, figure anche secondarie disegnate sempre a tutto tondo e chiamata ciascuna, come dei tasselli di un mosaico, a comporre un ritratto puntuale delle contraddizioni, delle passioni ed anche dei vizi antichi dell'America di quegli anni: studiata attraverso ben tre comunità di segno diverso. Un'operazione di memoria sorretta da un linguaggio che, ad ogni pagina, è stile. Vi contribuisce uno stuolo di interpreti, anche quelli con carismi minori, di forte intensità. Il padre è Joe Mantegna, i figli sono Adrien Brody e Ben Foster, la ragazzina di colore è Rebekah Johnson: una figurina preraffaellita. (Gian Luigi Rondi, La Rivista del Cinematografo on line, 6 ottobre 2000).

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