SCHEDA FILM

L'ESECUZIONE... UNA STORIA VERA

Anno: 1985 Durata: 98 Origine: USA Colore: C

Genere:DRAMMATICO

Regia:-

Specifiche tecniche:NORMALE A COLORI

Tratto da:TRATTO DAL LIBRO DI TREVOR ARMBRISTER

Produzione:JACK CLEMENTS

Distribuzione:TITANUS (1986)

TRAMA

Il film si richiama ad un triplice, brutale omicidio, perpetrato in Virginia nel 1969. In una zona mineraria, gli interessi dei lavoratori sono curati dal Sindacato di cui è presidente Tony Boyle. In realtà, anche in occasione di un tragico incidente nel sottosuolo, l'uomo ha sfacciatamente preso le parti della Compagnia proprietaria della miniera. Tra i suoi collaboratori vi è un immigrato polacco - Jock Yablonsky- che a questo punto decide di dissociarsi dalla oppressiva ed ambigua conduzione dell'altro, avendo un certo seguito tra gli operai, per candidarsi addirittura alla guida del Sindacato. Ma Boyle mobilita qualche attivista di sua personale fiducia; dei brogli clamorosi avvengono in sede elettorale e così Jock non viene eletto. Yablonsky, tuttavia, denuncia l'accaduto; ormai però egli si è fatto un nemico mortale e infatti Boyle, sentendo vacillare il proprio potere, dà mandato ad un suo fido di eliminare l'avversario. Il compito viene affidato a tre sicari che, dopo molte esitazioni ed una serie di tentativi andati a vuoto, nella notte di Natale uccidono durante il sonno sia Yahlonsky, che la moglie e la figlia. Solo in seguito la Giustizia potrà colpire il mandante, i suoi complici e gli assassini.

CRITICA

"Metà cronaca, metà fiction. Con una sceneggiatura - di Scott Spencer - che studia da vicino i caratteri dei personaggi, non solo Yablonski e i suoi familiari, ma i suoi nemici nel sindacato e il gruppo dei killers: precisando con attenzione i risvolti psicologici, illustrando le motivazioni, graduando gli effetti. E con una regìa - di John Mackenzie - che, con l'intenzione di citare anche fatti realmente accaduti, privilegia il più possibile certi toni di verità, sia nei modi di rappresentazione sia nel disegno non di rado molto secco e preciso degli scontri fra i protagonisti. Ci sono però anche dei momenti eccessivamente romanzati, tutta la descrizione ad esempio dell'ambiente familiare del killer, ripreso alla lontana da Oswald, e i toni da film sui gangsters, ma facili, scoperti, cui sono affidate le pagine relative ai sindacalisti cattivi, rispecchiano un po' troppo da vicino certi stereotipi televisivi. Il film comunque, nel suo complesso, è plausibile e serio, evita la retorica quando per ora la buona causa e mette il dito su certe piaghe della società americana con tutta l'onestà possibile; per destare, con l'interesse, anche un po' di emozione. Si può vedere, insomma, con qualche utilità. Charles Bronson, forse anche perché dalla parte della ragione, mi ha convinto più del solito. Una maschera segnata ma pulita, una mimica quieta anche nella concitazione, degli accenti sempre riflessivi e raccolti. Cui fa eco, con delicatezza, l'atteggiamento misurato e spesso dolorosamente presago di Ellen Burstyn nel personaggio della moglie. Con una grazia, volutamente umile e dimessa, che conquista." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 5 Giugno 1987) "Il risultato di buone e dichiarate intenzioni a parte, non è per la verità eccelso si citano i luoghi mitici della lotta sociale americana (Harlan County per esempio), echeggia in molte sequenze il ricordo dei film più duri sulla 'mafia sindacale' come 'Fronte del porto' o 'Fist'. Ma in fondo il film si concentra, inseguendo forse anche inevitabilmente le ragioni del botteghino, sull'assassinio in sé. E qui si manifestano le pecche più vistose: quei tre killer che devono andare otto volte a casa di Jablonsky per trovare finalmente il coraggio di sparargli, quella smaniosa biondina che impone al marito la partecipazione al delitto a colpi di giochetti sessuali, in fondo anche questa Ellen Burstyn, mater dolorosa che decide di sacrificare ogni sua aspirazione per restare accanto al coraggioso marito destinato alla morte, sono caratteri un po' troppo convenzionali, recitati proprio in un film che, invece per certi aspetti cerca l'asciuttezza quasi documentaria dei fatti, della vita vissuta. Bronson, dal canto suo, si conferma una maschera efficace, e dà al suo intrepido sindacalista anche qualche sfumatura acuta. 'Anch'io conosco il gioco duro', dice ai suoi giovani sostenitori, nel pieno di quella campagna elettorale che perderà per i brogli di Boyle. Non è Jablonsky, un ragazzino entusiasta che arriva al sindacato pieno di illusioni e speranze. E' al contrario un vecchio dirigente, che per averne viste (e forse anche fatte) troppe, ha deciso di voltare pagina. Costi quel che costi." (Gabriele Porro, 'Il Giorno', 2 Agosto 1987) "Diretto con professionismo talvolta piatto dal regista di origine scozzese John Mackenzie, noto per 'Morte di un professore' e 'The Long Good Friday' (presto si vedrà il suo 'Quarto protocollo'), L'esecuzione è un film d'impegno civile 'alla maniera di Martin Ritt', ma senza una grossa partecipazione emotiva e slanci ispirati. L'ambientazione giusta e grigia, il ritratto dell'intimità provincial-familiare di Jock, le personalità dei tre sbandati incaricati dell'omicidio concorrono, comunque, ad alzare il tono del racconto asciutto e teso, ma privo di originalità nell'allestimento. Charles Bronson, con il viso stanco da ex giustiziere della notte e con lo sguardo da animale braccato e deciso, comunque, a difendere i diritti degli sfruttati e non quelli degli

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