Lavorare con lentezza2003

SCHEDA FILM

Lavorare con lentezza

Anno: 2003 Durata: 111 Origine: ITALIA Colore: C

Genere:DRAMMATICO

Regia:Guido Chiesa

Specifiche tecniche:35 MM (1:1,66)

Tratto da:-

Produzione:DOMENICO PROCACCI PER FANDANGO, MEDUSA FILM, LES FILMS DE TOURNELLES, ROISSY FILM

Distribuzione:FANDANGO (2004)

ATTORI

Tommaso Ramenghi nel ruolo di Sgualo
Marco Luisi nel ruolo di Pelo
Claudia Pandolfi nel ruolo di Marta
Valerio Mastandrea nel ruolo di Tenente Lippolis
Valerio Binasco nel ruolo di Marangon
Jacopo Bonvicini nel ruolo di Pigi
Max Mazzotta nel ruolo di Lionello
Massimo Coppola nel ruolo di Umberto
 
 

SCENEGGIATORE

Chiesa, Guido
Wu Ming
 

MUSICHE

Teardo, Teho
 

MONTAGGIO

Gasparini, Luca
 

SCENOGRAFIA

Peng, Sonia
 

COSTUMISTA

Nerli Taviani, Lina

TRAMA

Ispirato a fatti realmente accaduti, il film racconta la storia di Sgualo e Pelo, due ragazzi che vivono nella periferia di Bologna, le cui vicende si intrecciano con la storica emittente Radio Alice, la radio del movimento studentesco del '76-'77.

CRITICA

"Fa torto alla conclamata rinascita del cinema italiano 'Lavorare con lentezza' di Guido Chiesa, arruolato solo per occupare la casella 'giovani antagonisti crescono'. Concepito per rievocare niente di meno che la bolognese Radio Alice, voce mao-dadaista degli anni Settanta, il film raccatta con aria finto-goliardica e finto-nostalgica (ma in realtà rissosa) tutti i peggiori luoghi comuni sulla fantasia al potere, il rifiuto del lavoro, l'assalto al cielo, la polizia assassina e la libertà sessuale, concede tutte le possibili guittaggini filodrammatiche agli attori che incarnano gli implausibili eroi e soprattutto finisce col mettere in pessima luce lo stesso, presunto 'flusso creativo' che avrebbe annunciato le magnifiche sorti di un mondo nuovo." (Valerio Caprara, 'Il Mattino ', 5 settembre 2004) "Un trucchetto di sceneggiatura, una fantasia utile ma arbitraria? Nossignori: la notizia del tunnel i Wu Ming, collettivo bolognese che ha sceneggiato 'Lavorare con lentezza' con il regista Guido Chiesa, l'ha pescata nelle cronache dell'epoca. Ed è l'idea vincente, scusate la parolaccia, di questa rievocazione libera e fantasiosa quanto l'epoca che ritrae. Chiesa infatti si tiene alla larga dalla nostalgia ma si concede una pungente ironia (quegli anni sono così remoti che il prologo rievoca le assemblee del movimento e i relativi leaderini come se fosse una comica muta). E lavora di fino sulle facce, i gesti, gli accenti, le canzoni, i fumetti, i linguaggi della pagina, dei muri e del corpo, perché la Storia al cinema non si scrive con le astrazioni e i personaggi di 'Lavorare con lentezza' hanno, tutti, una qualità elementare quanto rara nel nostro cinema così approssimativo e autoindulgente: la credibilità. (?) Peccato per l'ultima parte, così sottomessa alla cronaca, incongrua e non all'altezza della prima. Ma 'Lavorare con lentezza' è un bel passo avanti per Chiesa. E per la nostra memoria collettiva." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 5 settembre 2004) "'Lavorare con lentezza' è un'opera diversa dalla maggior parte dei titoli correnti, ben poco innovativi nei confronti della scrittura filmica. Ha il coraggio di contaminare non soltanto i generi - la coesistenza di commedia e dramma - ma anche i codici espressivi, dalla fotografia (ci sono perfino brevi inserti satirici presi a prestito dal cinema muto) alla musica. Coraggio pagato con qualche discontinuità e disequilibrio, è vero: ma che produce un risultato fuori dagli schemi parecchio stimolante." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 5 settembre 2004) "Le pellicole in vetrina sono troppe, di alcune non si arriva a menzionare neppure il titolo, su altre si spera che il discorso sia solo rimandato. Vedi 'Lavorare con lentezza', che pasticciando toni e stili racconta i casi dell'emittente bolognese Radio Alice (1977). L'intento di attirare simpatia su un momento fantasioso del movimentismo è contraddetto dalla scelta come protagonisti di due tipetti che scavano un buco per derubare una banca. Il che sembra dar ragione a chi coniugava le esuberanze dell'ultrasinistra con la criminalità. Che nel collettivo Wu Ming, autore del copione con il regista Guido Chiesa, si sia infiltrato un maresciallo dei carabinieri?" (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 5 settembre 2004) "'Lavorare con lentezza' è un 'lavorare con pochezza': di mezzi. Mai che si veda un eskimo, allora quasi una divisa; pochissime le riprese in esterni; in compenso, su un commissariato, c'è scritto 'Polizia di Stato', mentre ci dovrebbe essere 'Pubblica Sicurezza'; e un Agnelli non ancora Senatore della Repubblica lo è già per gli autonomi." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 1 ottobre 2004) "E' un film pieno di spunti inventivi ed emozionanti: il regista dice di averlo fatto 'per tutte e tutti', ma il suo limite ci sembra proprio quello di parlare con chi soprattutto per ragioni anagrafiche frequentò quelle temperie." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 1 ottobre 2004) "Al centro del film, divertente prima e drammatico ed attuale poi, cambiando marcia in corsa (nel finale si pensa alla tragedia del G8 di Genova), c'è l'utopia della libertà del tempo libero e la rincorsa alla rivoluzione sessuale e femminista, conquiste basilari poi sommerse dagli anni di piombo, sotto la cui voce l'epoca viene ahimè rubricata. Film mosso e festoso anche se un po' facile d'effetti, un teatrino ancora in forse tra cronaca, storia e costume, ma sostenuto da un buon cast col bravo carabiniere Valerio Mastandrea." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 2 ottobre 2004) "Puristi e ortodossi storceranno il naso, ma 'Lavorare con lentezza' di Guido Chiesa ruba libertà e fantasia all'epoca che ritrae. E lavora di fino sulle facce, i gesti, gli accenti, le canzoni, i fumetti, i linguaggi della pagina, dei muri e del corpo. Perché la Storia al cinema non si fa con le astrazioni e il film, sceneggiato dal collettivo bolognese Wu Ming, è una scommessa vinta nella misura in cui esce dai binari più ovvi. Peccato solo che il salto drammatico finale, così sottomesso alla cronaca, sia incongruo e non all'altezza della prima parte. Ma rispetto all'epos giovanilistico e approssimativo del 'Partigiano Johnny', Chiesa ha fatto un bel passo avanti." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 1 ottobre 2004)

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