La stanza del figlio2001

SCHEDA FILM

La stanza del figlio

Anno: 2001 Durata: 90 Origine: ITALIA Colore: C

Genere:DRAMMATICO

Regia:Nanni Moretti

Specifiche tecniche:-

Tratto da:-

Produzione:ANGELO BARBAGALLO E NANNI MORETTI PER SACHER FILM, BAC FILMS - STUDIO CANAL + (PARIGI) , CON LA COLLABORAZIONE DI RAI CINEMA E TELE+

Distribuzione:MIKADO - SACHER DISTRIBUZIONE

ATTORI

Nanni Moretti nel ruolo di Giovanni
Laura Morante nel ruolo di Paola
Jasmine Trinca nel ruolo di Irene
Silvio Orlando nel ruolo di Oscar
Stefano Accorsi nel ruolo di Tommaso
Dario Cantarelli nel ruolo di Un paziente
Eleonora Danco nel ruolo di Una paziente
Toni Bertorelli nel ruolo di Un paziente
Stefano Abbati nel ruolo di Un paziente
Luisa De Santis nel ruolo di Una paziente
Renato Scarpa nel ruolo di Preside
Claudia Della Seta nel ruolo di Raffaella
Giuseppe Sanfelice nel ruolo di Andrea
Sofia Vigliar nel ruolo di Arianna
Claudio Santamaria nel ruolo di Commesso negozio per sub
 

SOGGETTO

Moretti, Nanni
 

MUSICHE

Piovani, Nicola
 
 

SCENOGRAFIA

Basili, Giancarlo

TRAMA

L'armonia e la tranquilla vita di una famiglia - composta da Giovanni (psicanalista), dalla moglie Paola (editrice di cataloghi d'arte), dal figlio Andrea e dalla figlia Irene - vengono d'improvviso travolte quando Andrea ha un incidente in mare e muore. TRAMA LUNGA Una famiglia ad Ancona, oggi: Giovanni il padre, psicoanalista; Paola, la madre, impiegata in una casa editrice; i due figli adolescenti Andrea, 17 anni, Irene, 14. Giovanni è molto legato ad Andrea e cerca di creare frequenti occasioni per stare il più possibile con lui. Quando dal laboratorio della scuola scompare un fossile, Andrea è tra gli studenti sospettati, ma si proclama innocente e il padre gli crede. Giovanni osserva il figlio giocare a tennis con poca grinta e lo esorta ad essere un po' più cattivo, a giocare per vincere. In un momento in cui sono soli, Andrea rivela alla madre di aver in effetti preso con altri compagni il fossile, che poi si è rotto: ma tutto era stato un gioco. E' domenica mattina. Giovanni ha appena convinto il figlio ad andare a correre insieme, quando arriva una telefonata. Oscar, uno dei suoi pazienti, dice che ha urgente bisogno di vederlo e lo prega di raggiungerlo a casa. Giovanni si fa convincere, liberando così il figlio dall'impegno. Quando nel pomeriggio torna a casa, vede confusione sulla strada e volti angosciati che lo guardano. Arriva la verità: uscito in mare per le consuete immersioni da appassionato subacqueo, Andrea ha avuto un incidente e, colto da embolia, ha perso la vita. Dopo la composizione del corpo nella bara, Giovanni vaga per il luna park della città, continua a ricevere i pazienti, ma infine capisce che con Oscar non potrà più vedersi. Un giorno arriva una lettera indirizzata ad Andrea da una coetanea conosciuta in campeggio. La ragazza, Arianna, gli dice di averlo trovato molto simpatico e di essere stata molto bene con lui. Giovanni e Paola cercano di recuperare un po' di equilibrio ma il dolore è troppo forte e prevarica ogni altra loro azione (un pranzo fuori, un incontro con alcuni amici). Le crisi di pianto intervengono a ricordare la realtà della situazione e a creare tra i coniugi e verso Irene momenti di grande attrito. Paola telefona ad Arianna e le chiede un incontro. Giovanni capisce che non può più proseguire il lavoro e a poco a poco congeda i pazienti. I due vivono in stanze separate. Arriva Arianna e, dopo altri attimi di commozione, al momento del congedo dice che lei e il suo fidanzatino sono in viaggio in autostop verso la Francia. Giovanni, Paola e Irene decidono di accompagnarli per un pezzo di strada ma poi arriva la notte, Giovanni vuole continuare e così, quando spunta l'alba, la macchina si ferma al posto di confine tra Italia e Francia. Finalmente tutti si salutano. Giovanni e Paola si lasciano andare ad una risata forse liberatoria. Loro due ed Irene camminano sulla spiaggia e salutano Arianna sul pullman.

CRITICA

"A 47 anni Nanni Moretti cambia: fa un film intimista molto drammatico, senza commedia né ironia, senza autobiografia né analisi generazionale, senza politica, senza Italia problematica, insomma senza le caratteristiche che hanno fatto il successo del regista. Semplice, commovente e bello". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 9 marzo 2001) "Con intensità e lucida disperazione Moretti tiene sempre saldamente in mano il racconto. Magari qua e là il passo rallenta, la tensione cala. Ma il film resta aspro e compatto sino alla commozione: e sono bellissimi (molto morettiani) gli scatti d'ira contro la pigra orazione funebre pronunciata da un prete distratto o contro la banalità rassicurante di certe teorie psicofisiche sulla malattia e la guarigione. (...) Nell'ultima scena (uno strano mattino, dopo una notte in macchina, a Mentone) forse il lutto sarà elaborato; ma ognuno resta solo, trafitto da un raggio di sole." (Claudio Carabba, Sette. 16 marzo 2001). "Nei film di Moretti non squillano telefonini, e la loro assenza sembra ancora più evidente, come se l'azione non si svolgesse nell'oggi ma in un luogo senza contingenze, senza Tempo, senza Storia. Moretti, 'obbliga' il film a liberarsi dalla cronaca per confrontarsi con i grandi temi che l'esperienza della morte porta con sè: il senso di colpa, la solitudine, l'incapacità a comunicare. In una maniera che sembra molto onesta, il film evita ricatti sentimentali e facili consolazioni trasformando in immagini quel rigore morale che in passato aveva esternato con le parole. E riuscendo per la prima volta a commuovere." (Paolo Mereghetti, Io Donna, 24. marzo, 2001). "Diviso in due parti, la prima ancora venata d'ironia e più simile agli altri film di Moretti, la seconda, dopo la tragedia, segnata da un dolore e da una maturità nuovi che coinvolgono anzitutto gli interpreti (in testa Moretti e la Morante, bravissima), 'La stanza del figlio' sulle prime può sconcertare. La sobrietà dei mezzi, l'economia di racconto, la capacità di ottenere molto con poco che è da sempre il segreto di Nanni, lo sfrontato pudore con cui scruta i suoi personaggi senza concedersi il minimo 'effetto' (la regia, fatta di tempi più che di spazi, è sapiente quanto invisibile), sono agli antipodi del cinema dominante". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 8 marzo 2001) "(...) Il problema è che la lentezza di Moretti è esasperante, e il suo minimalismo irritante. Il problema è che avremmo bisogno di un cinema che gridi e non di un cinema che sussurri, di un dolore che ci spalanchi le porte del cielo o dell'inferno e non solo e sempre quelle di in confortevole limbo, che solo a tratti ricorda il purgatorio. E lo ricorda non per il personaggio Moretti, guaritore in crisi ma pronto alle solite fiducie una volta accettata la morte del figlio, ma per i personaggi di Accorsi, De Santis, Orlando ecc. che a lui si affidano. Con una fiducia che non ci si sente ancora di poter condividere. La strada di Moretti è onesta, ma quanto è lunga, e quanto smussata, quanto in pianura!". (Goffredo Fofi, 'Il Messaggero', 8 marzo 2001) "C'è chi ritrova in 'La stanza del figlio' i tic di Moretti, la sua teiera preferita, la sua raccolta di scarpe sportive, il bicchiere d'acqua, le canzoni italiane, il maglione azzurro, la camicia a quadri. C'è chi ritiene il film totalmente diverso dagli altri suoi, ad episodi ed episodi negli episodi, mentre questo racconta una storia compatta. C'è chi ci vede qualcosa di freudiano, la morte del figlio significherebbe che il Moretti adulto si libera definitivamente, sia pure con grande dolore, della propria adolescenza. E c'è chi persino ci trova qualcosa di sinistra, anche se per farlo bisogna proprio sforzarsi e adorare Moretti, e solo accennata in modo molto trasversale". (Natalia Aspesi, 'la Repubblica', 8 marzo 2001) "Ci sarà magari qualcosa d'imperfetto in 'La stanza del figlio': forse l'epilogo, un po' troppo imbevuto di un ottimismo della volontà alla Kiarostami. Però è molto raro vedere un film che abbia il coraggio di scavare così a fondo nelle nostre paure, negli affetti, nelle debolezze e nei fantasmi che ci appartengono. Quasi che Moretti ci faccia stendere sul lettino dell'analista poi, scambiandoci i ruoli, ci si adagi lui stesso per confidarci le sue ossessioni". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 10 marzo 2001)

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