SCHEDA FILM

IRMA VEP

Anno: 1996 Durata: 99 Origine: FRANCIA Colore: C

Genere:COMMEDIA

Regia:-

Specifiche tecniche:SUPER 16 CAMERA A MANO

Tratto da:-

Produzione:DACIA FILM

Distribuzione:PLAYBILL - MIKADO FILM - CECCHI GORI HOME VIDEO

TRAMA

Impressionato dalla bravura della star di Hong Kong Maggie Cheung, il regista René Vidal le propone di trasferirsi a Parigi per interpretare la parte della protagonista nel remake di 'Vampieres' serial muto che narrava le gesta di una banda di criminali capeggiata da Irma Vep. Sul set, però, la costumista Zoe tenta di sedurre Maggie ed il regista, caduto in depressione, viene sostituito da un cinico collega che rispedisce a casa la star orientale.

CRITICA

"Più che un omaggio a Truffaut, è forse la chiave di questo film assai sarcastico, anche con la nouvelle vague e i suoi miti (vedi l'esilarante rivalità fra le due 'vecchie glorie' Léaud e Lou Castel). Ma forse è una falsa pista. E difatti Assayas, che al cinema di Hong Kong ha votato un culto pionieristico, dedica proprio a Maggie Cheung la sequenza più bella di 'Irma Vep'. Che la vede, quasi in trance, vivere una vera notte da 'vampira', all'insaputa del regista e della troupe. Momento magico, naturalmente fuori dal set. Mai film aveva fotografato con più esattezza la confusione, il malumore del cinema europeo. E con più stile". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 16 ottobre 1996) "Moderatamente apprezzato dai 'Cahiers da cinema', 'Irma Vep' s'organizza attorno a un principio di accelerazione che culmina nella scena finale: con quella pellicola 'graffiata' in stile fantasiosamente pop che segna l'estremo tentativo di Vidal di riappropriarsi del proprio lavoro. Ma la qualità vera del film, più che nelle allusioni al cinema militante degli anni Sessanta o alla scempiaggine di certi critici 'giovanilistici' di oggi, sta nella capacità di Assayas di restituire lo scarto tra cinema e realtà. (...) La verità è che Assayas propone un'idea di cinema molto personale: pur girato in super 16 e in quattro settimane, 'Irma Vep' sfodera una perfidia ben temperata che non rinuncia a fare i conti con le psicologie e le debolezze dei personaggi. E se la fulgida Maggie Chung offre se stessa con l'aria di chi si sente lusingata dall'offerta 'd'autore', Nathalie Richard, nei panni di Zoe, si rivela una presenza vibrante: quasi non sembra che reciti, e sta qui la bravura". (Michele Anselmi, 'L'Unità', 12 ottobre 1996) "Assayass è troppo ironico per offrire delle risposte precise in questa specie di esame di coscienza, dove c'è persino un critico maniaco di film hongkonghesi che spara a zero sui registi francesi, preoccupati solo del loro ombelico. No, tutto è più sfumato e soprattutto più dinamico, secondo una messa in scena che sembra voler cogliere la confusione di ogni set e finisce invece per rivelare le tante piccole debolezze e certezze di ognuno, somma colorata e contraddittoria che sbanda a ogni battito di cuore (metaforico o non) e che finisce per avvicinare lo spettatore al cuore del mistero del cinema. Curioso". (Paolo Mereghetti, 'Sette', 31 ottobre 1996)

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