SCHEDA FILM

Il pianeta verde

Anno: 1995 Durata: 99 Origine: FRANCIA Colore: C

Genere:COMMEDIA

Regia:-

Specifiche tecniche:SCOPE A COLORI

Tratto da:-

Produzione:LES FILMS A. SARDE - TF1 PROD.

Distribuzione:MIKADO FILM

TRAMA

Sul Pianeta verde vivono esseri umani talmente evoluti ed avanzati da aver completamente eliminato l'uso degli oggetti, in modo da concentrare saggezza, forza ed energia nello sviluppo del corpo e della mente. Una volta l'anno gli abitanti fanno il giro degli altri pianeti ma nessuno vuole recarsi sulla Terra considerata troppo arretrata. Finalmente si offre Mila, donna matura vedova con due figli, che sospetta di essere frutto dell' unione del padre con una terrestre. Mila, che vive in un contesto ecologico avanzato, arriva nel traffico di Parigi all'ora di punta e subisce un forte shock. L'adattamento è arduo, dal cibo ai comportamenti al modo di esprimersi, e Mila cerca di risolvere le situazioni difficili facendo ricorso all'influsso della sua mente. Molti rimangono coinvolti, per cui vediamo politici che dicono la verità, calciatori che ballano il valzer nello stadio, barboni e poliziotti che seminano un orto. A questo punto Mila fa arrivare sulla Terra anche i figli più grandi che si innamorano di due ragazze con cui la madre era entrata in contatto e le convincono a seguirli sul Pianeta Verde, dove inizia per tutti una nuova vita.

CRITICA

"Fanta-puttanata o fiaba d'autore? Non sai proprio che cosa pensare di fronte al Pianeta verde (da non confondere con quello 'azzurro' di Piavoli), ottavo film di Coline Serreau, già regista di commedie sopraffine come Tre uomini e una culla e La crisi. Stavolta anche in veste d'attrice nei panni della protagonista, la cineasta e drammaturga francese si cimenta con la fantascienza, seppure in una chiave moderatamente burlona, un po' da viaggio nel tempo. Solo che all'opposto di quanto succedeva nei Visitatori, gli 'stranieri' caduti sulla Terra vengono adesso da un remoto futuro vagamente new age. (..) Fa sul serio Coline Serreau, un po' troppo. E se ha ragione nel prendere di mira gli abominevoli costumi sociali e alimentari di noi terrestri, si vorrebbe che un briciolo di ironia fosse applicata anche all'utopia del Pianeta verde (dove tutti sono soavi, fanno gli acrobati e ascoltano 'Il silenzio'). Boh! Pare che a Parigi il gesto della testa con il quale Mila provoca la 'sconnessione' dei nemici sia diventato molto di moda, e certo il film sfodera delle trovatine divertenti, come quel paludato concerto di musica classica scosso dall'irrompere del contagioso ritmo di Roll Over Beethoven. Ma francamente Coline Serreau, mediocre attrice e spiritosa regista, ha fatto di meglio in passato." (Michele Anselmi, 'L'Unità', 4 maggio 1997) "Curioso film questo di Coline Serreau, che ribalta in chiave fantaecologica la trovata dei Visitatori (e di tutti i viaggi nel tempo) per prendere di mira nevrosi e ipocrisie dei nostri anni. Lo spunto sarà esile, quel Pianeta Verde dove sono tutti belli e sorridenti (oltre che bianchi) sa un po' di spot, e non mancano tirate ovvie quando Mila si ritrova, affascinata e orripilata insieme, fra i parigini ulcerosi di fine Millennio (anche quel neonato non aveva bisogno di essere figlio di uno stupratore serbo per essere più 'attuale'). Però la Serreau sa sfruttare con estro il potere conferito al suo personaggio di 'disconnettere' i terrestri fuorviati restituendoli alla loro natura profonda. E bisogna essere davvero molto esigenti, oppure afflitti da un Super Io ipertrofico, per non ridere di fronte al concerto di musica classica che degenera in jam session country-rock, o alla partita di calcio che si trasforma in una poco virile pantomima. Inoltre se il Medioevo 'dolce' e purgato dalla barbarie che regna sul Pianeta Verde aveva tutti i numeri per essere stucchevole, la gioia puramente fisica che irrompe in sottofinale attraverso i salti e le acrobazie dei suoi abitanti, è una idea forte proprio perché semplice, diretta, sfacciata. Anche il kitsch può essere un'ottima arma. Perché vergognarsi di usarlo?" (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 12 maggio 1997)

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