Gli Sfiorati2011

SCHEDA FILM

Gli Sfiorati

Anno: 2011 Durata: 111 Origine: ITALIA Colore: C

Genere:COMMEDIA

Regia:Matteo Rovere

Specifiche tecniche:35 MM

Tratto da:"Gli Sfiorati" di Sandro Veronesi (ed. Bompiani, coll. Tascabili)

Produzione:DOMENICO PROCACCI PER FANDANGO

Distribuzione:FANDANGO (2012)

 

SOGGETTO

Veronesi, Sandro
 

SCENOGRAFIA

Vannucci, Alessandro
 

COSTUMISTA

Celeste, Monica

TRAMA

Roma. Belinda, 17enne fuggevole e luminosa, sorella di Méte, torna a Roma per il matrimonio dei genitori. I due ragazzi, figli dello stesso padre, si conoscono appena e sono diversissimi tra loro. Belinda non esce mai e vive senza preoccupazioni apparenti. Méte, che ha perso la madre da sei mesi, è profondo e responsabile ed ha un rapporto tutt'altro che risolto con il padre Sergio, commentatore sportivo di una TV locale. Soprattutto, Méte non accetta la volontà del padre di sposarsi con Virna, la madre di Belinda...

CRITICA

"'Gli sfiorati' del romanzo di Sandro Veronesi, cui si ispira l'opera seconda di Rovere, sono i giovani rappresentanti di una generazione che percorre la vita sul filo di sensazioni fluide e frammentarie, senza una coscienza di sé. Il libro (1990, rieditato Fandango) è ambientato, con precisione di eventi e luoghi, nella Roma del 1988, durante la Prima Repubblica (in pratica un altro mondo); mentre il film è attualizzato all'oggi con più di un cambiamento nella struttura narrativa, seppur mantenendo centrale la problematica di «sfiorato» del protagonista. (..) Difficile portare sullo schermo una materia così magmatica. Se, in virtù anche degli interpreti, i personaggi maschili riescono ad assumere una certa consistenza, la spagnola Miriam Giovanelli appare del tutto inadeguata, la cornice romana è convenzionale, e del film restano vaghe le motivazioni." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 2 marzo 2012) "Che bellezza, tornano i film italiani impegnati tutto sesso! Che sia impegnato 'Gli sfiorati' (bel titolo) di Matteo Rovere lo si capisce dal marchio Fandango, dall'omonimo romanzo di Sandro Veronesi da cui è tratto, dalla recensione immediata della scrittrice Elena Stancanelli (Repubblica) e, soprattutto, dal manifesto un po' moraviano che ha parecchio attizzato il pubblico maschile per le strade cittadine con una bella ragazza annoiata e sdraiata su un divano con le cosce in bella evidenza, mutandine minime, magliettina a palline ma con la capoccia tagliata. Il perché lo capiamo vedendo il film. Ben due i motivi. Il primo, i personaggi del film sono «sfiorati», cioè «indifferenti» e «annoiati» a quasi tutto ad eccezione del sesso. Il secondo perché la bonissima protagonista, l'italo-spagnola Miriam Giovanelli, piccola star della tv spagnola, ha un gran corpo che mostra anche parecchio (...) durante il film, ma ha naso un bel po' rifatto che la rende più adatta all'isola dei famosi che a un film impegnato Fandango(...)." (Marco Giusti, 'Il Manifesto', 2 marzo 2012) "È un romanzo dai tratti inafferrabili quello che Sandro Veronesi scrisse oltre 20 anni fa: il produttore Procacci lancia la sfida al 30enne Matteo Rovere, e 'Gli sfiorati' diventano un film degno d'autonomia dal complesso testo d'ispirazione, eppur capace di restituirne la rara atmosfera di sospensione. Attualizzato nelle precarietà dell'oggi, il film di Rovere riesce a giustificare la 'sfioratezza' dei suoi personaggi mostrandone i lati non solo vagamente alienati ma più specificatamente 'lunari', giacché luminosi di riflesso, satelliti di un Sé mutante apparentemente irraggiungibile. E la grafologia, professione di Méte (Andrea Bosca, magnifico nouvelle étoile dell'italcine), in qualità di scienza spuria diventa metafora centrale: ecco la fantascienza dell'essere, imperfetta, liquida e dunque affascinante. Un film di profonda levità, dove l'ossimoro è l'unica soluzione possibile." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 1 marzo 2012) "Giovane, grafologo, irrequieto, roso da un tarlo doloroso destinato, lo capiamo subito, a sfociare nell'incesto con la bellissima sorellastra, il Mète di 'Gli sfiorati' (1990) è stato il simbolo letterario di un'epoca e delle mutazioni che annunciava. Dietro l'omaggio a Roma e alle sue gloriose bassezze (evidenziato nella prefazione alla ristampa Fandango), il romanzo di Sandro Veronesi prendeva il polso a una generazione affacciata su un paesaggio senza precedenti. Di colpo tutto era possibile, Dio era morto e sepolto da un pezzo, la tecnica e l'immateriale celebravano ogni giorno i loro exploit, l'anima (la psiche) andava a nascondersi nei segni impercettibili decifrati dal grafologo. E il sesso, la trasgressione, restava l'unica prova dell'esistenza. Vent'anni dopo sull'Italia è passato un tale tsunami politico e culturale che è difficile, malgrado prodezze registiche e ottimi attori, credere a questi amori istantanei e volatili, alla confusione forse non così disperata di corpi e sentimenti, a personaggi che, al presente, suonano (tutti) inesorabilmente artificiosi. Magari fra altri vent'anni sarà geniale. Magari." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 9 marzo 2012)

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