Diaz2012

SCHEDA FILM

Diaz

Anno: 2012 Durata: 120 Origine: FRANCIA Colore: C

Genere:DRAMMATICO

Regia:Daniele Vicari

Specifiche tecniche:35 MM

Tratto da:-

Produzione:DOMENICO PROCACCI, BOBBY PAUNESCU E JEAN LABADIE PER FANDANGO, MANDRAGORA MOVIES, LE PACTE

Distribuzione:FANDANGO - DVD E BLU-RAY: FANDANGO

ATTORI

Claudio Santamaria nel ruolo di Max Flamini
Jennifer Ulrich nel ruolo di Alma Koch
Elio Germano nel ruolo di Luca Gualtieri
Pippo Delbono
Davide Iacopini nel ruolo di Marco
Ralph Amoussou nel ruolo di Etienne
Fabrizio Rongione nel ruolo di Nick Janssen
Renato Scarpa nel ruolo di Anselmo Vitali
Mattia Sbragia nel ruolo di Armando Carnera
Antonio Gerardi nel ruolo di Achille Faleri
Paolo Calabresi nel ruolo di Francesco Scaroni
Francesco Acquaroli nel ruolo di Vinicio Meconi
Alessandro Roja nel ruolo di Marco Cerone
Eva Cambiale nel ruolo di Donata Stranieri
Rolando Ravello nel ruolo di Rodolfo Serpieri
Monica Birladeanu nel ruolo di Costantine Giornal
Emilie De Preissac nel ruolo di Cecile
Ignazio Oliva nel ruolo di Marzio Pisapia
Camilla Semino nel ruolo di Franci
Aylin Prandi nel ruolo di Maria
Michaela Bara nel ruolo di Karin
Sarah Marecek nel ruolo di Inga
Lilith Stanghenberg nel ruolo di Bea
Christian Blümel nel ruolo di Ralph
Christoph Letkowski nel ruolo di Rudy
Ester Ortega nel ruolo di Ines
Pietro Ragusa nel ruolo di Aaron
Gerry Mastrodomenico nel ruolo di Sesto Vivaldi
Pino Calabrese nel ruolo di Magistrato
Antonio Zavatteri
 

SOGGETTO

Vicari, Daniele
 

MUSICHE

Teardo, Teho
 

MONTAGGIO

Atria, Benni
 

SCENOGRAFIA

Maffucci, Marta

TRAMA

Genova, luglio 2001. Durante il G8, 300 poliziotti e 70 agenti di un reparto speciale fanno irruzione nella scuola 'Diaz', dove hanno trovato riparo 93 giovani provenienti da diverse nazioni e impegnati in una protesta pacifica contro il summit. Il violento attacco delle forze dell'ordine sui manifestanti disarmati e semiaddormentati segnerà una delle pagine più tragiche e tristi della recente Storia del nostro Paese. Su questo drammatico sfondo si dipanano le vicende di vari protagonisti: Luca, giornalista della Gazzetta di Bologna, arrivato a Genova per constatare di persona le notizie giunte in redazione sugli scontri e sulla morte di Carlo Giuliani; Alma, un'anarchica tedesca che ha partecipato agli scontri e sconvolta dalle violenze cui ha assistito decide di occuparsi delle persone disperse insieme a Marco, un organizzatore del Genoa Social Forum, e Franci, una giovane avvocato del Genoa Legal Forum; Nick, manager che si interessa di economia solidale, è a Genova per seguire il seminario dell'economista Susan George; Anselmo, vecchio militante della CGIL, ha preso parte con i suoi compagni pensionati ai cortei contro il G8; Etienne e Cecile, due anarchici francesi, sono anche loro protagonisti delle devastazioni di quei giorni; Bea e Ralf, di passaggio in città, decidono di riposarsi alla 'Diaz' prima di ripartire; Max, vicequestore aggiunto del primo reparto mobile di Roma, comanda invece il VII nucleo e non vede l'ora di tornare a casa da sua moglie e sua figlia, comprendendo l'assurdità di tanta violenza. Tutti loro, insieme a centinaia di altre persone, saranno protagonisti o testimoni del massacro avvenuto nella notte del 21 luglio presso il complesso scolastico Diaz-Pascoli e, per alcuni, l'incubo proseguirà a Bolzaneto...

CRITICA

"Fortissimo l'effetto del film sulle violenze del 2001 a Genova. Anche se non contiene speciali rivelazioni, e se la vicinanza temporale e l'abbondanza di documentazione e testimonianze dovrebbero rendere gli spettatori preparati. Malgrado tutto il cinema resta una potenza. Con una scelta di stile che non si concede licenze, non nasconde e anzi mette ben in evidenza che si sta parlando di cose vere, ma da un lato spinge molto sull'azione, la velocità, il ritmo narrativo, e dall'altro usa la convenzione che umanizza il racconto nel seguire un gruppo di singole vicende (...)." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 13 aprile 2012) "Parliamo di un'esperienza molto cruda, una sorta di pugno nello stomaco che non lascia vie di fuga agli spettatori non inclini ai film semi-documentaristici a trazione integrale di denuncia. Si può dire, peraltro, che il regista Daniele Vicari si dimostra abile nel gestire il ritmo della propria (re)visione apocalittica e nel ricostruire relativi sfondi, scontri e sadismi sul filo di un'emotiva e frenetica verosimiglianza. 'Diaz - Non pulire questo sangue' è, insomma, un saggio di cinema, come si diceva una volta, poetico-politico molto più coerente e moderno di 'Romanzo di una strage' che, grazie alla sua impostazione da fiction tv rimpinzata di personaggi in fotocopia dalla storia, ha fatto proprio ieri il pieno di nomination ai David di Donatello. (...) A Vicari interessa fare quello che sa fare e cioè produrre choc a tutto schermo, accelerare o rallentare lo sguardo della cinepresa, spaccare i protagonisti tra buoni, semibuoni, cattivi e cattivissimi e farsi paladino dei giovanilistici furori che, fatti salvi pochi «se» e ancora meno «ma», avrebbero in fondo sempre ragione. (...) Da una parte Vicari si libera dalle fumisterie complottiste, dall'altra rinuncia ad approfondire il perché degli opposti comportamenti scatenati dal panico come dalla rabbia. Su una cosa, però, può stare tranquillo: se i fatti di Genova gettarono un'ombra sulla democrazia, hanno provveduto a diradarla non solo la normale dialettica giudiziaria e la garanzia delle personalità super partes come il presidente Napolitano, ma anche il fatto che si sia potuto fare un film, come il suo, costosissimo, promozionatissimo e lodatissimo." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 13 aprile 2012) "Un tempo si diceva Armando Diaz e si pensava al generale della Vittoria nella Grande Guerra, ma dal 21 luglio 2001 quel nome rievoca fatti che si vorrebbe non fossero mai avvenuti. (...) A dare eco a quell'intervento di «macelleria messicana» avvenuto in conclusione del G8 di Genova sono stati dunque anche i giornali stranieri; e ricordiamo l'articolo di Nick Davies sul «The Guardian» del luglio 2008, dove si constatava amaramente come, a processo ultimato, «giustizia non era stata fatta». In effetti, persino i colpevoli riconosciuti tali sono rimasti impuniti e nessuno si è preoccupato di indagare sulle responsabilità ai livelli alti della politica. Non lo fa neppure il film di Daniele Vicari che, in base alle numerose testimonianze visive e verbali esistenti, si limita a ripercorrere quelle tragiche ore intrecciando le storie di un gruppetto di pacifici no-global, in contrasto agli opposti vandalismi dei Black Bloc, scusante ufficiale dell'esplodere di tanta violenza da parte delle forze dell'ordine. Chiaro che, a fronte dei vergognosi massacri perpetrati alla 'Diaz' e proseguiti a freddo i giorni seguenti nella caserma di Bolzaneto, per il regista (come per tutti noi) la scusa non regge. E tuttavia, a dispetto del suo indulgere in certi estetismi, il film non ha l'incisività che potrebbe: dal punto di vista formale non sembra abbastanza elaborato e da quello drammaturgico resta sospeso in un limbo fra cronaca e fiction." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 13 aprile 2012) "Le pagine agghiaccianti si susseguono, con asciutti preamboli per illustrare e spiegare, ed esplodono in tutta fa loro forza tendendo in modo diretto a dimostrare che quei feriti, quegli arrestati, quegli incolpati di aggressioni e di rivolte sono senza colpe, le colpe, semmai, essendo da ricercarsi nel disegno della polizia di dare esempi cruenti, anche, per farlo, falsificando prove. Una costruzione corale. In mezzo però delle facce, dei problemi dei singoli, anche di poliziotti non sempre dalla parte dei cattivi, collegati tutti al dramma collettivo di quegli assalti immotivati e così aspri da rasentare la «macelleria», come osserva proprio un poliziotto non del tutto fra i peggiori. Gli dà volto con tratti sinceri Claudio Santamaria, ma gli si possono incontrare al fianco anche Elio Germano, Renato Scarpa, Mattia Sbragia. Insieme con uno stuolo di interpreti d'ogni nazione pronti ad esprimersi nei propri idiomi per metter ancor più l'accento sulla pluralità linguistica di quelle vittime." ('Il Tempo Roma', 13 aprile 2012) "Dopo 'Romanzo di una strage' su Piazza Fontana arriva sui nostri schermi un altro film destinato a fare discutere. A dire il vero la miccia è già stata accesa. 'Diaz - Non pulire questo sangue' di Daniele Vicari, ambientato durante il G8 di Genova. (...) Vicari, che ci scaraventa in quella tragedia con immagini nervose da reportage, realizza quasi una sorta di documentario. Le cose che vediamo sullo schermo sono accadute davvero nella realtà, e questo non dobbiamo dimenticarlo. Ma a dieci anni da quei fatti già documentati dai media la semplice ricostruzione della 'macelleria messicana' non basta. Ciò di cui si avverte la mancanza nel film è proprio lo sguardo del regista capace di far riflettere su ciò che mostra. Perché è proprio la ricerca di questo sguardo che separa il cinema dalla tv e da internet e che spinge lo spettatore a frequentare le sale invece di starsene davanti alle immagini di You Tube." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 13 aprile 2012) "Delle violenze che devastarono Genova, c'è poco o niente. Una piccolissima parte rispetto alla durata della pellicola. Per carità, niente e nessuno può giustificare quello che è avvenuto nella Diaz. Proprio per questo, però, per evitare film preconcetti, sarebbe stato più corretto mostrare le due facce della medaglia, fidandosi un po' di più del giudizio dello spettatore. Così, invece, si ottiene l'effetto voluto di indignazione verso chi ha disonorato la divisa ma dimenticandosi di tutto il resto. Occasione sprecata." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 13 aprile 2012) "A Daniele Vicari l'etichetta di cinema civile non piace, eppure le ricadute civili di 'Diaz' ci sono. Tre i meriti fondamentali: ricordare «la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la II Guerra Mondiale», consumata tra la scuola Diaz e la caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova del 2001, su cui è caduto un colpevole oblio; dopo quello sulle stragi di Stato, inaugurare - speriamo - un filone sull'orrore di Stato, capace di 'fare giustizia' laddove potrebbe non esserci in aula; sotto il profilo cinematografico tout court, firmare un film decisamente popolare, puntando sulle emozioni - il pugno allo stomaco dell'assalto della polizia alla Diaz - e trovando insieme al genere horror anche il Salò di Pasolini con le torture a Bolzaneto. Il premio del pubblico a Berlino attesta questa tensione popolare, e fa ben sperare per un analogo esito in Italia: a differenza di 'Romanzo di una strage' su Piazza Fontana, Vicari non racconta, non costruisce teorie, semplicemente, mostra i fatti meno - anzi, per niente - filmati di uno degli eventi, il G8, più filmati al mondo. E riguadagna al cinema di finzione una capacità documentale e documentaria che il documentario stesso non può avere." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 12 aprile 2012)

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