COSA FARE A DENVER QUANDO SEI MORTO1995

SCHEDA FILM

COSA FARE A DENVER QUANDO SEI MORTO

Anno: 1995 Durata: 110 Origine: USA Colore: C

Genere:DRAMMATICO

Regia:-

Specifiche tecniche:-

Tratto da:-

Produzione:CARY WOODS PER BUENA VISTA PICTURES - MIRAMAX FILMS - WOODS ENTERTAINMENT

Distribuzione:CECCHI GORI ROUP - FIN-MA VI - CECCHI GORI HOME VIDEO

TRAMA

Jimmy "The Saint", ex gangster, è il proprietario di un'agenzia, "Afterlife Advice", dove i malati terminali registrano in video messaggi d'addio per i loro familiari. Gli affari tuttavia non vanno molto bene, per cui Jimmy è costretto ad accettare un "lavoretto" per conto del suo vecchio Boss, un padrino potente e malvagio immobilizzato su una sedia a rotelle. Si tratta di intimorire un giovane per il quale la fidanzata ha lasciato il figlio del Boss. Jimmy ritrova così i suoi vecchi compari, una pietosa armata brancaleone composta di scarti del crimine: un Rambo psicopatico, un porno-proiezionista con le mani devastate dalla lebbra, un gigante nero e un capellone tutto tatuato. Ma il piano fallisce e il Boss ora vuole che chi ha sbagliato paghi...

CRITICA

"Dai nomi degli attori in campo avrete capito che quest'opera prima di Gary Fleder, su copione di Scott Rosenberg, può riservare emozioni e sorprese. Però il film soffre di un fastidioso strabismo, impostato com'è con un occhio al romanticismo malinconico di 'Giungla d'asfalto' (1950) di John Huston e l'altro alle surreali ecatombi di Quentin Tarantino: chi sarà favorevole al film lo giudicherà suggestivo, chi sarà contro lo bollerà come sgangherato. In realtà sullo schermo vediamo succedersi il meglio e il peggio, qualche spunto di novità e molta convenzione. Dei furfanti il più convincente è Treat Williams, che usa i cadaveri appesi come 'punching bag' e si difende male dall'accusa di essere un coprofago. Christopher Walken, attore meraviglioso conferisce capriccio e dolore alla figura del padrino; mentre il killer Buscemi resta uno stereotipo". (Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera', 5 aprile 1997). "In questo film, prodotto dall'indipendente Miramax confluiscono tutti i luoghi comuni dei film di gangster, noti fin dai tempi di Cagney e Bogart, con addentellati recenti alla Quentin Tarantino ma anche con un'accentuata problematica esistenziale evidenziata, oltre che dalle ricorrenti registrazioni 'in articulo mortis', da un anziano signore dalla ex vita spericolata che conciona al bar sul passato e sul presente, e da una ragazza da marciapiede col sogno del matrimonio. La durezza senza scampo 'un'esistenza grama' si scontra con il desiderio di sole, di integrità, di forza morale. Ma quasi per tutti è impossibile uscire dalla morsa di un destino segnato. Non diremo che il film, alquanto confuso e con trovate balzane anzichenò, è convincente. ?? però inquietante. Lascia il graffio sull'imponderabilità delle cose. Oggi ci sei, domani non ci sei più. E Andy Garcia è bravo (ha il phisique du role), attorniato da un gruppetto di talentuosi attori primo fra tutti Christopher Walken, un farabutto che neanche il diavolo". (Franco Colombo, 'L'Eco di Bergamo', 7 aprile 1997). "Tra Tarantino e Ferrara, ma con un occhio rivolto alla confezione hollywoodiana, 'Cosa fare a Denver quando sei morto' agita l'impegnativo tema dell'immortalità senza rinunciare a sottolineature tra il comico e il macabro, come quel boxeur a riposo interpretato da Treat Williams che lavora alle pompe funebri e usa i cadaveri che sta per seppellire come sacchi da allenamento. Purtroppo strada facendo il film rivela una certa inconsistenza, specialmente sul versante sentimentale: con l'eroe pestato che si avvia al martirio dopo aver ingravidato la puttana che l'amava, perché resti qualcosa di lui oltre la videocassetta incisa in ufficio. Fitto di partecipazioni illustri, il film è costruito naturalmente sulla dolente grinta di Andy Garcia: un po' monocorde ma funzionale al clima di sfiga diffusa che grava sulla grottesca vicenda". (Michele Anselmi, 'L'Unità', 5 aprile 1997). "?? difficile non evocare Tarantino vedendo 'Cosa fare a Denver quando sei morto'; ma il regista Gary Fleder non può essere considerato un imitatore, dato che girò il film prima del successo di 'Pulp Fiction'. Però i due cineasti devono aver respirato la stessa aria del tempo. Con Quentin Fleder condivide la tendenza a produrre 'derive' su personaggi e luoghi narrativi di un genere codificato come il crime-film; come lui, è magari, un po' caotico e sovrabbondante. Però riesce a dare continuità al tutto grazie a un tono costante di commedia nera e violenta, sostiene le situazioni con dialoghi più brillanti della media, ci offre un cast imperdibile. E ha la sapienza di raccontarci, tra uno scoppio violento e l'altro, una struggente storia d'amore impossibile che sta alla pari con quella del Carlito Brigante di De Palma". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 6 aprile 1997).

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