Avatar2009

SCHEDA FILM

Avatar

Anno: 2009 Durata: 160 Origine: USA Colore: C

Genere:AZIONE, FANTASCIENZA, THRILLER

Regia:James Cameron

Specifiche tecniche:FUSION CAMERA (DUAL-STRIP 3-D)/HDCAM SR, 35 MM (1:2.35), 3-D (1:1.85)

Tratto da:-

Produzione:TWENTIETH CENTURY-FOX FILM CORPORATION, GIANT STUDIOS, LIGHTSTORM ENTERTAINMENT

Distribuzione:20TH CENTURY FOX ITALIA (2010) - DVD E BLU-RAY HD e DVD: 20TH CENTURY FOX ENTERTAINMENT (2010, 2012)

ATTORI

Sam Worthington nel ruolo di Jake Sully
Sigourney Weaver nel ruolo di Dott.ssa Grace Augustine
Michelle Rodriguez nel ruolo di Trudy Chacon
Zoe Saldana nel ruolo di Neytiri
Giovanni Ribisi nel ruolo di Selfridge
Joel Moore nel ruolo di Norm Spellman Joel David Moore
Stephen Lang nel ruolo di Colonnello Quaritch
Dileep Rao nel ruolo di Dr. Max Patel
Laz Alonso nel ruolo di Tsu'Tey
CCH Pounder nel ruolo di Moha
Peter Mensah nel ruolo di Akwey
Matt Gerald nel ruolo di Lyle Wainfleet
 

SOGGETTO

Cameron, James
 

SCENEGGIATORE

Cameron, James
 

MUSICHE

Horner, James

TRAMA

Jake Sully, ex-marine ferito e paralizzato dalla vita in giù durante un combattimento, per partecipare a un programma chiamato 'Avatar', grazie al quale avrà nuovamente un corpo sano, arriva sul pianeta Pandora, abitato dalla razza umanoide dei Na'vi. Tuttavia, a sua insaputa Jake sarà reclutato per invadere il pianeta e ben presto si troverà costretto a scegliere se combattere per gli invasori o unirsi alle forze indigene.

CRITICA

"Hanno detto che 'Avatar' era la terza rivoluzione del cinema, dopo il sonoro e il colore. Un'esagerazione, certo: e tuttavia il kolossal sognato-realizzato da Cameron è un'esperienza di cinema totale, assoluta; 166' senza un solo minuto di noia, (...) rappresentano anche la summa di tutto il cinema post-moderno. Dal western (la storia, in fondo, è una parafrasi di quella di 'Pocahontas'), al film di guerra nella jungla, all'intero repertorio del fantasy e della fantascienza. Dove il pianeta Pandora diventa un mondo parallelo non indegno delle tolkieniane Terre di Mezzo rese celebri dal 'Signore degli anelli'." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 16 gennaio 2010) "Molto, molto bello: e intelligente, divertente, commovente. Avatar, termine derivante dal sanscrito che significa 'incarnazione'. (...) Si sa che il regista ha aspettato per anni che lo sviluppo della tecnologia gli permettesse di girare Avatar come voleva. Il processo chiamato «performance capturing» e i progressi compiuti nell'animazione dalla società Weta del regista neozelandese Peter Jackson glielo hanno consentito: il risultato è straordinario. Certo, la tecnologia è andata più avanti del moralismo: le donne azzurre di Pandora portano tutte il reggipetto." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 15 gennaio 2010) "Il tema non è nuovo (anche se le idee cui quegli alieni si ispirano sembrano aggiornate dalle tendenze New Age) e così la polemica contro i conquistatori d'ogni epoca pronti a cancellare le civiltà che li hanno preceduti, ma se il film piacerà (e già si sa che piace) il merito è quasi soltanto di quei mondi persi nello spazio in cui l'azione si muove. Non solo quei curiosissimi alieni che, pur con una lingua propria, parlano anche inglese, ma una serie variopinta di animali feroci e fantasiosi che si agitano in scenari colorati resi anche più vistosi dagli effetti di profondità che la 3D vi suscita in mezzo. I ritmi, spesso incalzanti, possono suggestionare, le immagini, in cifre d'incubo, possono conquistare (almeno la vista). Questo voleva Cameron e questo ottiene. Il resto, almeno a me, interessa poco, ma non mi sostituisco al pubblico." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 10 gennaio 2010) "Un successo che suona l'allarme per i columnist intergalattici, i «moderatori» dell'immaginario, scesi numerosi sulle colonne dei giornali per imbrigliare le pulsioni violente del pubblico di massa, e pronti a denunciare l'estremismo infantile di 'Avatar'. Per ristabilire l'ordine (ir)reale costituito e riconfermare il loro status di sentinelle della cultura, ricorrono a concetti come stereotipo, favola, manicheo, che detto per il cinema, con disprezzo, fa ridere. Decodificata da almeno un secolo di visioni, la narrazione simbolica ha i suoi linguaggi ed eroi, i suoi rimandi alla memoria collettiva. Le armi spuntate dei centristi non avranno la meglio, ma se è giusto «spaventarsi» davanti ad 'Avatar', è meglio recuperare la capacità di «vedere». Anche con i molesti occhialetti in 3D." (Marluccia Ciotta, 'Il Manifesto', 15 gennaio 2010) "La trama di 'Avatar'? Niente di particolarmente originale, con quel po' di panteismo che fa tanto new age alla moda (e non sono poche le critiche in questo senso, piovute sulla pellicola dalla stampa americana). (...) Non è comunque, per fortuna, il succo della storia o il suo fine a contare in un film come 'Avatar'(...). E la maestra tecnica, a dir poco superba, di Cameron, che per questo film ha speso quattro anni di lavoro. Mai abbiamo assistito, in un film di fantascienza, a scene così insolite, così suggestive. Non c'è un momento di pausa in un lungometraggio anche troppo lungo. (...) Non tutto nell'opera di Cameron è adatto agli spettatori più giovani; piacerà invece agli adolescenti e a molti adulti, che seguiranno senza mai distrarsi i notevoli effetti speciali inventati dal regista e valorizzati dal 3D." (Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 10 gennaio 2010) "Tanta stupefacente tecnologia da incantare, ma poche emozioni vere, emozioni umane per intendersi, in un mondo di alieni pur eccezionalmente immaginato e rappresentato. Tuttavia l'attesissimo film di James Cameron 'Avatar' (...) non deluderà le aspettative degli appassionati del filone fantascientifico. Infatti con 'Avatar', la pellicola più costosa della storia (oltre 400 milioni di dollari, lancio compreso), la magia del cinema si rinnova in tutta la sua forza immaginifica. Del resto la rilevanza del film sta nell'impatto visivo più che nella storia, piuttosto scontata, e nei messaggi peraltro non nuovi, già al centro, talvolta con ben altro spessore, di diverse pellicole alle quali il regista si richiama più o meno apertamente, da 'Piccolo grande uomo' a 'Balla coi lupi', da 'Un uomo chiamato cavallo' a 'Pocahontas'. L'innovativo 3D, unito alla rivoluzionaria tecnica 'performance capturing' che coglie anche le espressioni degli attori per trasporle in animazione digitale, porta l'esperienza visiva a livelli mai visti. A cominciare dalla qualità dell'ambiente in cui si svolge l'azione, con una tridimensionalità che non punta a 'bucare' lo schermo, ma a rendere la scena avvolgente, con una profondità che avvicina molto alla realtà e una maggiore nitidezza di dettagli. D'altra parte Cameron ha tenuto questo progetto nel cassetto per 10 anni - la prima idea è del 1995, la realizzazione è iniziata nel 2005 - proprio perché allora non c'erano i mezzi tecnici per rendere sullo schermo quanto da lui immaginato. E siccome è uno sperimentatore, il regista non si è limitato a usare tecniche di computer grafica già conosciute, ma ne ha inventate altre. E il risultato è affascinante. (...) Cameron punta, dunque, su un racconto di portata universale, facilmente condivisibile nella sua semplicità ed efficacia, che narra un evento più volte ripetutosi nella storia dell'umanità: le violenze e i soprusi, non di rado sfociati in genocidio, compiuti da civiltà considerate più avanzate per soppiantare o sottomettere, per smania di potere e ancor più per interesse, le culture indigene. Un tema che negli Usa si riflette nel mito della frontiera e nella guerra dei bianchi contro le popolazioni dei nativi, ma che può essere fatto risalire ad altre colonizzazioni e adattabile anche a più recenti guerre. Ma Cameron, più concentrato sulla creazione del fantastico mondo di Pandora, sceglie un approccio blando; racconta senza approfondire e finisce per cadere nel sentimentalismo. Il tutto si riduce a una parabola antimperialista e antimilitarista facile facile, appena abbozzata, che non ha lo stesso mordente di pellicole più impegnate su questo fronte. Analogamente il sotteso ecologismo si impantana in uno spiritualismo legato al culto della natura che ammicca non poco a una delle tante mode del tempo. La stessa identificazione dei distruttori con gli invasori e degli ambientalisti con gli indigeni appare poi una semplificazione che sminuisce la portata del problema. Ciò detto, resta l'indubbio valore del film per il suo eccezionale impatto visivo. Se serviva una nuova frontiera per il cinema di fantascienza, 'Avatar' l'ha segnata, spostandola molto in avanti. E il record di incassi - che peraltro appartiene a un altro lavoro di Cameron, 'Titanic' (1997) - potrebbe essere superato. Del resto lo spettacolo vale il prezzo del biglietto." (Gaetano Vallini , 'L'Osservatore Romano', 10 gennaio 2010) "Denso di cinema che fu, da 'E.T.' al 'Soldato blu', da 'Star Wars' a 'Matrix' e prodigo del cinema che sarà. (...) 'Avatar' riporta la Settima Arte al centro della scena (non solo mediatica) globale: già capitolo fondamentale della Storia del Cinema e fenomeno di costume, veste eco-pacifista, predica la connessione alla Rete Natura e offre all'alieno il primo privilegio dell'uomo: dare il nome. Perché, anche su Pandora, lo è un altro." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto quotidiano', 14 gennaio 2010) "Che 'Avatar', il super-mega-maxi-kolossal di James Cameron quanto a trama fosse un po' deboluccio si sapeva, e della cosa si era malignato più che abbastanza. Ma che il plot del campione di incassi di quest'anno fosse la storia di 'Pocahontas' coi nomi e poco altro cambiato no, non l'aveva immaginato nessuno." (Marco Gorra, 'Libero', 12 gennaio 2010) "Record di copie in 3D, 414, praticamente il 100% del territorio, 932 copie in totale: almeno il primo dei record da battere 'Avatar' l'ha già superato. La corsa a ostacoli della favola fantascientifica green, buonista, ecologicamente corretta firmata James Cameron comincia finalmente anche in Italia con molti traguardi davanti." (Alessandra Magliaro, 'L'Eco di Bergamo' 15 gennaio 2010) "Ma 'Avatar' non è già più solo film. Porta infatti la firma di James Cameron, che lo considera a tuffi gli effetti una costola del suo film blockbuster, il videogioco 'Avatar', (...) I nonni illustri furono, nientemeno che i Fratelli Lumière, che misero a punto nei primi anni Venti del Novecento quell'immagine stereoscopica che oggi ritrova profondità di visione grazie agli occhiali polarizzati. Ciò che però fa di 'Avatar' una pietra miliare del cinema contemporaneo è anche un'idea della rappresentazione che stravolge abitudini consolidate, sul piano dell'immaginario, del colore, della costruzione d'ambienti e racconto. Da questo punto di vista si ricollega ad alcuni passi fondamentali della storia della settima arte." ('La Provincia', 15 gennaio 2010) "Dell'imponente kolossal di James Cameron 'Avatar' (14 anni di lavorazione, almeno 300 milioni di dollari di investimento) è inutile scrivere più di un abbozzo di trama, vista la complessità, o meglio la profondità della storia che, l'hanno detto tutti, ha rivoluzionato l'idea di cinema finora vigente. Mettendo, essenzialmente, la tecnologia più avanzata a completo servizio dei sentimenti. Operazione riuscita in pieno, accolta da noi umani come un dono divino, e che ha diverse ragioni per essere ritenuta epocale. Una su tutte: un film del genere non può essere fruito che davanti al grande schermo, magari provvisti di occhiali 3D. Essendo il film in questione imperdibile per ogni tipologia di pubblico, il sillogismo si traduce nei record di incassi già registrati da Avatar e nella sconfitta del download illegale. L'idea commovente di milioni di spettatori che si staccano dal pc ed entrano nei cinema (forse per la prima volta) si sposa poi con la natura stessa della pellicola, volutamente didattica e semplice da decifrare. Ecologia, pacifismo, altruismo, lealtà. Concetti inflazionati nella moderna industria culturale, ma mai dosati con la certezza matematica di avere per le mani un così dirompente strumento di massa. Vogliamo credere che, se fra i bambini del mondo di oggi si aggirasse un futuro Hitler, la visione di 'Avatar' sia capace di neutralizzare ogni suo malvagio proposito." (Diego Carmignani, 'Terra', 15 gennaio 2010) "E adesso, povero cinema? Che sarà adesso del cinema, specialmente di quello povero, dopo che James Cameron ha di nuovo colonizzato la nostra immaginazione come all'epoca fece con 'Terminator'? Sembra essere passato un secolo, e forse cinematograficamente è così. (...) 'Avatar' è un film grandioso ma anche un grande film. Il che non significa che ci abbia strappato l'applauso. Ma è difficile rimanere impassibili di fronte a qualcosa che ci sembra destinato a lasciare il segno nella storia del cinema. Non è un caso se anche uno dei critici più scettici come Roger Ebert ha ammesso che dopo essersi seduto in sala ha ricevuto la stessa impressione provata nel 1977 durante la visione di 'Star Wars' (e di essere stato costretto a ricredersi come per 'Titanic'). Il fatto è che il regista Cameron riesce quasi sempre a mantenere ciò che promette. Si può non essere d'accordo sulla sua scelta tecnologica così dannatamente estrema, sul fatto che dopo aver visto per la prima volta un film in 3D abbia dichiarato che non avrebbe mai più realizzato un film normale così decretando la fine, dal suo punto di vista, del cinema tradizionale (ebbene sì, per noi è sempre viva il 2D! ). Ma poi dimostra immancabilmente di essere in grado di padroneggiare le nuove tecniche di ripresa come nessun altro. Non solo, dimostra anche di saperle portare sempre un pò più oltre. Ma c'è anche un'altra cosa in 'Avatar' che ci dà la sensazione di trovarci di fronte a una svolta. (...) due fratelli che si danno il cambio (al paraplegico viene promessa come ricompensa una costosissima operazione per il recupero della funzionalità degli arti inferiori) sembrano rappresentare il passaggio di testimone tra un cinema che muore e un altro che sta nascendo. Ma questi per nascere ha bisogno di entrare in un altro corpo e di abbandonare il proprio, ormai difettoso, superato. Per questo è necessario che l'anima, che comunque del corpo è elemento fondante, trasmigri con tutti i suoi ricordi in un corpo nuovo più efficiente. Si muore (il corpo umano muore), e ci si migliora (si diventa avatar). Il concetto vi sarà ancora più chiaro dopo avere visto il film. Come diceva Caterina Caselli «non sarà facile ma sai, si muore un po' per poter vivere». In fondo l'evoluzione (e il cinema non fa eccezione) risponde a delle regole: ci si migliora, a volte, ma sempre si cambia." (Alessandro Boschi, 'Liberal', 15 gennaio 2010) "Piacerà a quelli che vanno al cinema come al parco delle meraviglie. Gli occhi e le orecchie sono appagati per due ore e 40 minuti di fila, senza rilevanti interruzioni. James Cameron, mai rimasto indietro nel progresso tecnologico (come era evidente anche nel suo unico flop, 'Abyss' ) qui supera gagliardamente ogni suo exploit precedente. Tra effetti cromatici, battaglie, mostri antidiluviani, 'Avatar' arriva alla frontiera di tutto quanto è stato tecnicamente possibile nell'anno di grazia 2009. Difficile, anzi impossibile, offrire spettacolarmente oggi qualcosa di meglio della favolosa pietanza messa in tavola dal redivivo James. Difficile, anzi possibile, oggi. Ma non nel 2012 o nel 2013. La tecnica, non possiamo dimenticarlo, fa in questi anni passi da gigante. Il 'non plus ultra' odierno è destinato a diventare pressoché obsoleto nel giro di pochissimo tempo. Dieci anni fa, quando Ridley Scott introdusse il digitale nel kolossal ('Il Gladiatore') sembrò il balzo in avanti del secolo, e oggi quei livelli possono essere raggiunti anche da una produzione a medio budget. (...) Ma il difetto maggiore, quello che non pone Avatar all'avanguardia del cinema, ma semmai alla sua preistoria, è il conflitto individuale, il disegno dei personaggi. Cosa ha fatto diventare subito la settima arte un'arte popolare? L'emozione, il coinvolgimento coi personaggi. Cameron è riuscito sempre a coinvolgere: con la madre di 'Terminator', l'astronauta di 'Aliens' , i naufraghi di 'Titanic'. Qui però ha manovrato solo pupazzetti: innamorati grullamente disneyaini, stregoni di favola e un comandante dei marines, trucido e unidimensionale come lo incontri solo in un cattivo da fumetto." (Giorgio Carbone, 'Libero', 15/01/2010) "Se la domanda fosse «vale la pena di vederlo», la risposta sarebbe sì, naturalmente. Con la raccomandazione dì cercarvi lo schermo più grande possibile e l'apparato audio/video al massimo livello. Qualora v'interessi andare al sodo e sapere se il film è bello, la risposta è ancora un sì convinto. Se a questo punto però pretendereste la notizia di un nuovo capolavoro firmato James Cameron, dobbiamo optare per il no: per niente apocalittico, polemico o malevolo, ma pur sempre un no. 'Avatar', rigorosamente da vedersi nella profondità di campo suggestiva (ma non sconvolgente) garantita dal 3D, riflette più di una curiosa contraddizione dell'autore. (...) Una specie di parabola new age o neo hippy inserita nell'ingranaggio colossale e rutilante di un blockbuster di ultima e costosa generazione. Certo davanti a un film che aspira a essere di culto è un po' pedante concentrarsi sulla trama, che dovrebbe e vorrebbe essere a rimorchio di una scrittura inventiva, alcuni personaggi memorabili e un 'quid', spesso misterioso, di saggezza, suspense ed emozione. (...) E' del tutto evidente come la chiave narrativa si rispecchi nei classici film pro indiani della Hollywood progressista: purtroppo, però, in quelli che si limitano a rovesciare banalmente il razzismo - da «Soldato blu» a «Pocahontas» - piuttosto che in quelli tormentati e anti-manichei come «Piccolo grande uomo» o «Un uomo chiamato cavallo». (...) il perno principale su cui ruota 'Avatar' resta, infondo, l'ex marine, interpretato solo diligentemente dall'australiano Sam Worthington (...) per noi, paradossalmente, il vero difetto di 'Avatar' è quello di fare prevalere le vecchie solfe del selvaggio buono & onesto sull'imprevedibile vertigine dei sentimenti futuribili." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 10 gennaio 2010) "A leggerlo con una certa attenzione, di là dalla spettacolarità degli effetti e dalla seduzione del 3-D, 'Avatar' conferma una legge costante del grande cinema americano: dietro ogni blockbuster che si rispetti non c'è solo l'industria, di solito tacciata di cinismo (ammesso che investire per incassare sia un crimine), ma un intelligente connubio fra tradizione e modernità. Almeno a partire dalla saga di 'Guerre Stellari', dalla tradizione deriva il mito, la modernità ci mette le tecnologie e le tematiche di attualità. In queste operazioni, certo, i plot soffrono di una certa ripetitività, il lieto fine è d'obbligo, e noi non crediamo mai sul serio che l'eroe ci lasci la pelle. E però è dai blockbuster che si comprende la temperatura emotiva dell'America, ciò che alla gente sta più a cuore. E maggiore è la risonanza fra la storia raccontata e il sentimento della gente, maggiore è il successo. (...) 'Avatar', oltre i trucchi e il digitale, è, da un lato, un omaggio critico alla Storia americana, dall'altro un grido d'allarme in chiave ecologista. (...) Completa il quadro un'iconografia dichiaratamente new-age, fatta di corpi filiformi e asessuati (...). Come dire: carichi di sensi di colpa per i danni arrecati in passato, in un momento di crisi, per scongiurare nuove sciagure, ci aggrappiamo alla saggezza degli antichi. La nuova sfida di Hollywood sta dunque in questa domanda di fondo: ci salverà dalla catastrofe un'inedita alleanza fra progressismo e misticismo? A giudicare dai risultati di Copenaghen si direbbe proprio di no. Ma perché disperare? Dopotutto, chi l'ha detto che il lieto fine esiste solo al cinema?" (Giancarlo De Cataldo, 'Il Messaggero', 10-01-2010) "'Avatar' non è semplicemente un film, o kolossal che dir si voglia: è una cosmogonia, una battaglia tra mondi. Tra vecchi e nuovi mondi, tra umani-invasori e alieni-indigeni, tra liberal e conservatori, tra ragione e sentimento. Una cosmogonia spazio-temporale ambientata in uno spazio extraterrestre e in un futuro remoto ma con evidenti implicazioni storiche ed etiche con il passato recente e il presente che viviamo, soprattutto nell'emisfero nord-occidentale. Per questo, il film ha aperto il famigerato vaso di Pandora delle letture politiche. 'Avatar' è un meraviglioso tripudio di forme biologiche fantasiose (...). Si presenta ai nostri occhi poco avvezzi al 3D, come un incubo affascinante, troppo bello per non trovare poi banale e sciatto il mondo reale, la first life. Irrompe nel nostro immaginario collettivo di ieri, di oggi e di domani. (...) Film avventuroso e reazionario, intriso di valori patri e cavallereschi, amato dalla destra, capolavoro visivo del genere fantasy, dove però, al cinema, poco era lasciato alla fantasia, perché le immagini 'computerizzate' sono sature di particolari. Nella fantascienza di 'Avatar', invece, il meraviglioso è più stilizzato, meno inverosimile, perché possibile, futuribile." (Luca Mastrantonio, 'Il Riformista', 14/01/2010)

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