SCHEDA FILM

Amore e morte a Long Island

Anno: 1997 Durata: 93 Origine: GRAN BRETAGNA Colore: C

Genere:DRAMMATICO

Regia:-

Specifiche tecniche:-

Tratto da:romanzo omonimo di Gilbert Adair

Produzione:STEVE CLARK-HALL, CHRISTOPHER ZIMMER

Distribuzione:MIKADO FILM (1998)

TRAMA

Giles Dath, vedovo di mezza età, affermato scrittore, vive a Londra una vita appartata e solitaria, dove l'unica presenza è quella di una domestica tuttofare. Diffidente per istinto della 'modernità', un giorno entra in un cinema per vedere un film tratto da Forster ma sbaglia sala e si trova di fronte all'adolescenziale "Hotpants college", in cui recita tra gli altri Ronnie Bostock, bel giovane dallo sguardo ammiccante. Giles ne è subito colpito e, nei giorni successivi, torna a rivedere il film. Quando avverte un certo imbarazzo per le sue insistite presenze in sala, si rende conto che esistono videocassette e videoregistratore, che subito acquista per guardarsi a casa tutti i tv-movie e i film girati da Ronnie. Ritaglia poi articoli e foto da riviste giovanili, e infine decide di partire per l'America, a Long Island, per conoscerlo di persona. Qui dapprima conosce Audrey, la sua fidanzata, poi, con molta pazienza, riesce a diventare amico anche di Ronnie, al quale fa generosi complimenti, esaltandone le qualità di artista. Ronnie accetta volentieri le lodi e pensa di potere girare finalmente qualche film importante. Giles invece sogna di portarlo con sé in Europa e vivere con lui come l'artista col suo protetto. Gli dichiara allora il proprio amore, e Ronnie capisce che è il momento di rompere i rapporti con lui. Prima di tornare in Inghilterra, Giles gli manda una lettera in cui descrive la propria passione. Nella successiva puntata di un serial televisivo, Ronnie inserisce le parole di Giles e una poesia di Whitman che lui gli aveva fatto conoscere.

CRITICA

"L'infatuazione dello scrittore per l'astro nascente è analizzata con leggerezza dal regista. Kwietniowski insiste sul "carisma" che, agli occhi dei suoi ammiratori, rende un divo qualcosa di diverso dell'attore. Non tutti i bravi attori son divi. E i divi possono anche essere dei modesti o pessimi interpreti. Il divo è un uomo, o una donna, che riesce a dare di sé un'immagine dalla quale l'imprevisto, il pericolo, i guai, le ordinarie seccature di una vita modesta sono aboliti. Un'immagine tutta liscia, facile e privilegiata di un personaggio che, per virtù propria, abilità o "mistero", esce dall'orbita terrestre e vive in un mondo illusorio. Privi di autentici conflitti, gradevoli e stupidini anche quando mostrano la morte dell'eroe, sono infatti i film interpretati da Ronnie che il regista ricostruisce con umorismo mai sfrontato". (Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 26 aprile 1998) "Il film è imperniato sullo scontro frontale tra due culture: da un lato l'antiquata, raffinata, tradizionale Londra di Giles, dove il video registratore sembra quasi fantascienza, dall'altro una tipica cittadina americana sull'isola di Long Island, dove dominano televisione, pop corn, spinte giovanilistiche e Rimbaud viene scambiato per Rambo. Lo scontro sembra impari: viene infatti puntato l'indice sulla forza di suggestione della fiction (cinema e tv) americana, così penetrante da far breccia in un carattere chiuso come quello del compassato Gilles." (Segnalazioni cinematografiche, vol. 126, 1998) "L'impianto del film è romanzesco, specifiche qualità cinematografiche non ce ne sono salvo la capacità non trascurabile di preservarsi da ogni volgarità e di stabilire quando serve una particolare atmosfera di incanto; il regista inglese d'origini polacche è al suo primo lungometraggio dopo una ultradecennale esperienza nella realizzazione di film corti. 'Amore e morte a Long Island' conferma a suo modo la lezione del cinema inglese che conosce adesso un periodo così fiorente e interessante: anche con poco si possono ottenere risultati ammirevoli se si ha qualcosa da dire, se lo scopo è raccontare appassionatamente, sinceramente il mondo o la gente, e non fare film tanto per farli, per comperarsi case e cose, per andare a Cannes o a 'Domenica In'". (Lietta Tornabuoni, 'L'Espresso', 7 maggio 1998)

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