NEWS a cura di Cinematografo.it

<i>Noi credevamo</i>

09 novembre 2010

Noi credevamo, l'imperfetto della distribuzione

Il Risorgimento di Mario Martone arriva in sala con 30 copie, ed è polemica. La colpa? "Il mercato libero", dice Filippo Roviglioni di 01

Dopo il concorso di Venezia 67 e in attesa della Navicella al miglior film italiano ai prossimi RdC Awards, in programma il 10 dicembre all'interno del Tertio Millennio Film Fest, Noi credevamo di Mario Martone arriva in sala il 12 novembre, distribuito da 01: in 30 copie. Le dimensioni al cinema contano, ed è polemica: "Sono davvero poche, ma non do altre risposte", constata il regista, mentre Carlo Degli Esposti, co-produttore con Palomar, incalza: "E' un film (budget 6 milioni di euro) che ha avuto una genesi sofferta, è stato nelle mani del regista più di quanto dovesse rimanerci. Abbiamo avuto svariati contributi: 3 milioni di euro dalla Rai, un po' meno del compenso del direttore del comitato del 150° dell'Unità d'Italia, Giovanni Minoli, con cui non ho avuto il piacere di intrattenermi sul film; un milione è arrivato dal coproduttore francese Les films d'ici, in sinergia con Arte. Venezia è stato importante, ma 30 copie sono poche per me, per il regista e anche per la Rai: la situazione è drammatica, nessuno ha avuto il coraggio di mettere questo film in prima pagina, è come se una lettera di Pasolini fosse finita nelle varie. E' impossibile in Italia produrre cose che non siano banali: manca una consapevolezza di sguardo, abbiamo dei geometri, ci manca un architetto, non era possibile che la Rai facesse qualcosa di straordinario per questo film?".A rispondere sono Paolo Del Brocco, direttore generale Rai Cinema: "Il problema della distribuzione è squisitamente di mercato: che possiamo farci se i giovani vanno a vedere solo il cinepanettone? Ma la Rai ci ha creduto molto, mettendo il 50% del budget, ora speriamo in una visibilità televisiva più ampia, ma il problema non è ascrivibile alla mancanza di un direttore nell'azienda", e Filippo Roviglioni di 01: "Abbiamo il merito inconfutabile di togliere dal ghetto molti film difficili. Anche io sono  amareggiato per quanto accaduto, ma fuori di qui c'è un mercato libero, protetto dal garante e la Rai non è proprietaria di sale cinematografiche". La sintesi (condivisa da Del Brocco: "La sostengo") tocca a Degli Esposti: "'Farò oggi stesso una lettera ai vertici della Rai perché sostengano Noi credevamo nel prossimo weekend almeno con una adeguata campagna promozionale, e non solo gli spot da 5 secondi".Per parlare del film tout court, viceversa, si parte da Roberto Saviano e dal giuramento della Giovine Italia mazziniana, pronunciato dallo scrittore ieri sera a Vieni via con me e riletto da Martone stesso, in apertura di conferenza stampa: "Roberto è stato uno dei primi spettatori del film, con emozione reciproca: quelle parole vengono pronunciate sullo schermo, e le abbiamo assunte nel lavorare al film. Abbiamo mantenuto quella forma di resistenza, parole di ragazzi capaci di mettere a rischio la propria vita, che in questi 150 anni sono tornate prima attraverso i partigiani e poi i movimenti, fino a oggi", dice il regista, che rivendica a Mazzini "durezza e purezza di un cristallo: la sua era una posizione sofferta, in cui ancora oggi ci si può riconoscere".Melodramma sul Risorgimento in quattro parti, che arriva al cinema con 170 minuti, circa 30 in meno della versione veneziana: "Ho tagliato – dice Martone - soprattutto la prima parte, e sono soddisfatto", "non è un film sul passato, ma sull'Italia che viviamo.Illuminiamo le zone d'ombra, quattro momenti di quel paesaggio storico, che i cittadini non conoscono, per questo non c'è la Repubblica Romana, l'unico vero Risorgimento, quello che ancora non abbiamo. Dell'alba tragica, lo scontro in Aspromonte tra garibaldini ed esercito regolare, mentre Mazzini moriva in esilio ancora braccato dalla polizia, oggi non rimane nulla, se non la canzoncina: "Garibaldi fu ferito, fu ferito a una gamba…". La scansione in quattro parti riprende la lezione rosselliniana di Paisà, con l'ultima che è la più emotiva, perché i destini individuali si fanno popolo". Tratto dal romanzo storico omonimo di Anan Banti, fotografato da Renato Berta (in carnet Godard e Straub, "la sua posizione è prima etica che estetica", dice Martone) nel cast all star, tra gli altri, Luigi Lo Cascio, Francesca Inaudi, Valerio Binasco, Toni Servillo (Mazzini), Luca Barbareschi, Luca Zingaretti (Francesco Crispi) e Anna Bonaiuto, Binasco, nei panni del rivoluzionario senza se e senza ma Angelo, cita Dostoevskji, parla di "febbre e infezioni della vita" e confessa di essersi ispirato "alla furia contemporanea di un giovane matto, che mi era piombato in camerino a Reggio Emilia, "mentre Lo Cascio del suo Domenico sottolinea "la febbre più prudente, lo sguardo all'avvenire  e l'entusiasmo per la cospirazione" e la Inaudi, nei panni della principessa Cristina di Belgiojoso, scherza: "Mi parlate di silhouette, spero non voglia dire che il mio personaggio è bidimensionale. Da studentessa ero ignorantella, ci ho messo passione per sullpire le mie lacune storiche e culturali". Un film tragico? "Sì, ma questo è il mio cinema, anche mio papà se lo chiedeva, ma non sono un infelice. Noi credevamo sarà doloroso, ma soffriamo già per essere cittadini", afferma Martone, che rivendica il necessario "passaggio di testimone tra generazioni. Non abbiamo sempre perso, basti pensare all'Italia fatta, all'idea repubblicana, ai movimenti degli anni '60 e '70, quel che è difficile è la maturazione democratica. L'attuale federalismo è fondato sull'egoismo, sulla semplificazione del conflitto  tra nord e sud: viceversa, l'Italia è divisa trasversalmente tra l'area democratica e quella autoritaria, che parte da Crispi, passa per Mussolini e lo stragismo di Stato, e arriva a oggi. Dobbiamo continuare a credere e dire la verità, perché su Risorgimento e Resistenza c'è stato il revisionismo: oggi siamo impaludati".Da ultimo, una nota, in verità  poco a margine, sui Savoia: "Il primo Re d'Italia è Vittorio Emanuele II: non hanno nemmeno cambiato la numerazione, cosa che accade in ogni dinastia. Come si fa a non parlare di annessione?". 

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