Chi ricorda con gratitudine il rapporto di amicizia e di attenzione artistica da sempre ricevuti; chi la serietà dell'impostazione e l'ampiezza dei temi trattati; chi, invece, si sente vicino al gruppo di giovani che, in redazione, dedicano tempo ed entusiasmo per fare sempre più belle le pagine della nostra Rivista. Di grande affetto le parole di uno dei registi italiani più amati e prolifici,
Pupi Avati. "Il mio rapporto con la Rivista è sicuramente positivo. La considero l'unico sguardo che ha dimostrato una grande attenzione a quei contenuti non soltanto strettamente legati all'attualità, ai problemi sociali che il mio cinema andava affrontando, ma, in un contesto più ampio, comprendenti anche la spiritualità, la trascendenza, il senso insomma che cercavo di dare ai miei racconti. Dall'amicizia stretta che mi ha legato a Sergio Trasatti, uno dei direttori storici, e poi successivamente ad Andrea Piersanti e all'attuale Dario Viganò, la Rivista la considero una delle interlocutrici, se non l'interlocuzione, più significativa che io abbia avuto con la carta stampata nell'arco di questi primi quarant'anni della mia vicenda cinematografica. Mi auguro che mi stia vicino anche nei prossimi quarant'anni". Anni, tempi e storia. "In un paese - afferma il regista
Guido Chiesa - in cui le riviste di cinema non hanno storia e sono spesso, ahimè, o delle semplici riviste di nicchia talmente isolate che pochi conoscono, finendo per non avere alcuna influenza sul pubblico e su quelli che sono i suoi gusti, oppure sembrano a volte delle specie di bollettini ad uso e consumo delle case di distribuzione cinematografiche, la Rivista del Cinematografo, invece, ha avuto una continuità nel tempo, una serietà e un rigore che le altre non possono vantare. Perché la critica cinematografica spesso e volentieri si riduce ormai a pochissime frasi dette qua e là sui giornali o nelle "stelline" che possono sì avere un valore indicativo, ma non rappresentano per nulla un approfondimento. Invece, avere una rivista di cinema che dedica spazio a tutti gli aspetti della cinematografia, dagli autori agli attori a quelli che possono essere i grandi temi, anche etici, che il cinema propone, è un fatto importante per l'editoria e per il cinema". Parla delle persone e non solo dei contenuti il regista
Mimmo Calopresti: "La cosa che mi piace della Rivista sono le persone che ci lavorano. Sono giovani, curiosi, motivati da una voglia di conoscere e vedere anche cose non convenzionali, pescando in ciò che offre un mercato così diversificato come quello del cinema. Una Rivista libera nei suoi approfondimenti e giudizi, senza preclusione alcuna. Per me è importante, perché è ciò che cerchiamo noi registi nella vita: qualcuno che ci stia ad ascoltare, che cerchi di valorizzare le cose che facciamo, talvolta anche giustamente criticandoci. Cerchiamo spazi che la Rivista ci ha sempre concesso". Spazi chiari ed accessibili a tutti, perché il cinema è un'arte popolare e di tutti. "Questo la differenzia dalle altre riviste - conferma l'attore
Fabrizio Bucci - perché conserva contenuti di alto profilo, offre una critica e un'analisi cinematografiche che prediligono l'aspetto culturale, anziché far leva sul gossip o sullo scoop per accattivare il lettore. Questo è uno dei suoi valori aggiunti. In più, penso sia l'unica, vista la sua solida storia editoriale, a rappresentare una testimonianza della tradizione e della memoria del cinema italiano: non a caso si riferisce al 'cinematografo', un termine che non è vecchio, ma indica una fedeltà e un programma culturale".